radici

artifact

9 Novembre, 2009 · 1 Commento

 

come un mago, ho creato delle cose.
ho creato delle situazioni. alcune positive altre negative.
e posso dire di essere soddisfatto di molte delle mie creazioni.
non tutte, ma molte cose le ho fatte bene.

come prendere l’argilla e modellarlo.
ma una cosa più sottile, fatta di parole e sensazioni. e tante immagini.

un processo continuo di reinterpretazione di sé stessi e della propria vita, delle persone che ci circondano.
quello che molti definiscono “poser”, essere falsi, non avere una personalità, ma visto sotto un’ottica diversa.
avere una personalità precisa, definita, ma in continua evoluzione. in crescita, come deve essere.
perchè la crescita, interiore e di conseguenza esteriore, è parte integrante del “vivere”. e abbiamo tutti i diritti di mettere mano alla nostra crescita e crearci, giorno dopo giorno.

ho cambiato atteggiamenti e situazioni, ambienti e persone. aggiunto persone, più precisamente.
e ne sono soddisfatto.

mi chiedo solo perchè le persone ritengano futile questo percorso e si fossilizzino in se stessi, disprezzando chi percorre percorsi diversi. purtroppo la mia critica arriva a poco, scontrandosi con il mio modo egoista di analizzare il percorso di coloro che a volte ritengo più deboli.

ma è un punto che in fondo non voglio cambiare, non per ora, non mi sarebbe utile. 

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statistiche

30 Ottobre, 2009 · Lascia un Commento

Più ricercati

cose allegre e gioiose,
mi sono trasferita in un’altra città lontano dai genitori che sensazioni provo?,
s.p.a.i.s.,
la canzone che alice like audrey mette nei video?,
maskros

 

fantastico, voglio conoscere la tipa che si è trasferita, potrei suggerirle qualche sensazione.

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Impulso

24 Ottobre, 2009 · 1 Commento

dedicato a chi non disegna per paura di non riuscire a disegnare ciò che immagina

sento un’intensa voglia di creare.
voglia di disegnare, fotografare, costruire. fare qualcosa di bello, serio, elegante. voglio riuscire a far uscire dalle mie mani una forma nera e lucida, un fetticcio di latex ispirato a leigh bowery, una polaroid in bianco e nero, fasci di luce, tacchi e perversioni per strani uomini

ho questa voglia di fare, eppure non riesco nemmeno ad alzare il culo e mettere via un pò di roba, prendere la macchina fotografica e scattare, o prendere un foglio e fare delle righe
e poi, anche se mi mettessi a “fare”, riuscirei mai a rendere concreta la sensazione che provo? 

e mentre rifletto sul mio non riuscire a fare perdo la voglia di fare
dimentico la sensazione e l’immagine
 

vorrei essere spettatore di ciò che vorrei
voglio che qualcuno immagini le mie stesse cose e me le faccia rivedere

voglio come sempre delegare ad altri ciò che dovrei perlomeno tentare di fare

 

violet, anche questo post all’inizio voleva essere un’altra cosa. ma pian piano ha perso la sua essenza.
ho dimenticato ciò che volevo dire
le mie parole una volta scritte hanno perso la loro importanza
ma l’idea è sempre quella. finchè puoi permetterti di non delegare non farlo.
usa la tua creatività.

 

creare un’immagine, creare la mia immagine, soddisfare la mia immagine, soddisfare l’immaginazione di altri.

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mana

20 Ottobre, 2009 · 6 Commenti

una canzone mi ha portato alla mente ricordi lontani, di quando ero dall’altra parte del mondo, e nemmeno sapevo di esserlo

di getto ho buttato giù qualche riga, ma le trovavo troppo importanti per lasciarle a marcire in un profilo di facebook. avevano bisogno di aria, di un posto dove rimanere e di essere circondate da tanto, tanto bianco.

wilder than moonliight,
smiling like sunshine

reminds me so much of past times, surrounded by forests & strangers
light unfolding through leaves
water and mud, natural playgrounds, myths and families

such a strong woman, such a hard life
moon

in queste parole c’è di tutto. dai sogni più strani che abbia mai fatto alle situazioni più paurose che abbia vissuto.
l’essere circondato dallo stress e dalla paura, da situazioni assurde che hanno messo a dura prova le diverse generazioni di una famiglia.
ricordo solo pochi fotogrammi, sensazioni, luoghi, tutto sconnesso e lontano, e non posso più individuare the boundaries tra sogno e realtà.

ricordo l’odore di sandalo, i cartoni in inglese, la mia passione per vishnu, i templi, la foresta dietro casa che scendeva per la collina fino a chissà dove, l’asilo, la luce che inondava una grande sala piena di poster di tartarughe e sea landscapes. ricordo i batik e il grande negozio dove li vendevano, la strada per andare li, i centri commerciali immensi e pieni di giocattoli. lo slime con cui giocavo mentre mia madre parlava con una persona che più di dieci anni dopo avrei conosciuto e ammirato, un pullmino su cui abbiamo attraversato seasides e comuni, case dove leggevo libri tristi per bambini immerso in un ricordo viola. zanzariere e sconosciuti, mercatini dove immaginette di kali mi terrorizzavano, fiori di loto aperti in continuazione, ninfee e giardini botanici. litigi e piccoli traumi, il mio non essere me, il non conoscere nessuno. le nottate svegli, intere famiglie in una sola casa, Indra.
un nome troppo forte il tuo, forse. hai scatenato la tempesta, e poco prima ero con te. mame tame matakkaranne oea, loved you. 

mi torna in mente il canale di scolo dove giocavo ogni volta che pioveva, e l’argilla con cui costruivo piccoli vasi venuti male. il giardino con i cobra e le canne di bambù, i miei pennarelli e una coetanea, o forse una domestica. la vergogna e i vicini.

gli spettacoli e i carboni, il pera-hera, il fuoco e una casa bianchissima. storie di bambini che uccidevano i genitori per dare prova di coraggio, la sera e i templi su montagnette in città. il fiore che ispirò i dagoba e il candore dei fiori del matrimonio dei miei. il loro profumo, Chandra.

Il monsone all’arrivo dell’aereo, la casa e il fango, le pubblicità con i diavoli e i materassi. i cuscini. gli aerei e la notte. quella notte che era ovunque, in ogni cosa, ogni ricordo, ogni disegno.

i blocchi di zucchero trasparente, la sala, la salma. le storie di fantasmi e gli esorcismi, gli sguardi e le uova.

le lumache e i muri, i ricchi e i loro pavoni, le caramelle e mia nonna, e un pullman su cui ogni volta si rischiava la vita. una casa nuova e isolata, gigantesca, dove assistevamo al tramonto sul balcone mentre in casa i vasi di mia zia prendevano polvere.
 

guardavo mille camere attraverso uno smeraldo 

sento il suono della pioggia e ricordo la luce che filtrava tra le foglie.
non ricordo mio padre che era lontano, ma ricordo mia madre e la sua sofferenza, che al tempo non potevo capire.

ricordo la sua camicia a righe  i suoi capelli lunghi, i capelli che adoravo e con cui giocherellavo sempre

quei capelli non ci sono più. io non ci sono più. e in parte anche tu, Luna.
il tuo coraggio e la tua forza però ci sono sempre, anche quando non li comprendo. lo sento.
troppo diversi per comprendere le nostre menti, troppo vicini per non voler sempre tentare.
forse eri tu la luna che ogni sera guardavo, la luna che mi seguiva ovunque 

e che mi segue ancora

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mentre apro la serratura

12 Ottobre, 2009 · 3 Commenti

continuo, nolente, a celebrare l’inverno

non mi sono mai opposto così tanto alla natura, non ho mai sentito così nemica la normalità.

 

eppure le note scorrono nelle mie orecchie, e mi promettono cose importanti. forse è solo l’arte dell’abbellire il nulla, ma spero sempre in un significato.

 

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understand

10 Ottobre, 2009 · 3 Commenti

ormai ho rinunciato ad avere con voi un rapporto serio. da mesi ho imparato quanto non potrete mai capirmi fino in fondo, quanto il conoscere un me che non ero io vi impedirà di conoscere me. non siete certo le uniche persone a cui ho rinunciato, ma siete certo le uniche a cui in fondo potevo tenere veramente. le uniche per cui ogni volta riesco a riaccendere la speranza, la voglia di avere un rapporto nuovo e vero. ma è, come sempre, un rapporto a senso unico. i vostri consigli sono vuoti, se indirizzati a tutti meno che me.

ma devo smetterla di sognare, devo smetterla di illudermi. non ci siamo mai conosciuti e non sarà mai così. devo rinunciare alle persone più importanti, il che significa rinunciare a tutto.

 

e non mi piace assolutamente. dopo aver capito di dover rinunciare a me capisco di dover rinunciare agli altri.
è così triste non avere un obbiettivo. è così triste appoggiare le mie mani sul mio volto e non sentire di chi sono quelle mani, o di chi sia quel volto.

eppure l’unica cosa che posso fare, l’unica cosa che mi può essere consigliata, è sempre capire. rinunciare alle mie aspettative.

 

nessuno che mi consigli un cambiamento in meglio. forse perchè nessuno sa migliorare, tutti hanno solo paura di cambiare.

 

“voglio vincere, perchè sono meglio di voi.”

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paper plane//ciò che non ti sto dicendo

21 Agosto, 2009 · 2 Commenti

queste frasi probabilmente non le vedrai. perchè da una parte non te ne frega più di tanto di me. perchè sai che sono qui, sai che ti aspetto, e sai che tante volte avrei così tanto da dirti da scriverlo. ma non lo vuoi mai leggere. eppure lo scrivo. come su un foglio. poi prendo, piego, e lo butto. vola, e tu come sempre non vedi.

da quanto non ci sentiamo? un mese? più forse, più.
il bello è che fino a poco prima, passare una settimana senza sentirci era pura follia.
ora ci ignoriamo, beatamente, forse sperando di essere contattati ma senza fare il primo passo. perché in fondo siamo veramente testarde, forse così testarde da rischiare questi 2-3 anni per vere e proprie sciocchezze.
ok. non proprio sciocchezze. perchè sono ancora convinto di ciò che ti ho detto. perchè sento veramente di aver fatto molto, ma di aver ricevuto poco. i miei tentativi non bastavano, ma sai bene che ho tentato. i miei cambi di programma non ti andavano bene. ma in questi anni ho sempre accettato ogni tuo cambio di programma, molte volte senza dire niente. forse non lo sapevi, ma ora lo avrai capito. quanto veramente odio i cambi di programma. quanto odio aspettare 2 ore. e soprattutto se poi mi sento dire che IO sono sempre in ritardo.
perchè sopporto, molte volte, e non te ne accorgi. ma a quel punto pretendo che anche tu sopporti. ma a quanto pare non vuoi sopportare.
ti ho detto di scendere dal piedistallo. tu mi hai detto la stessa cosa. evidentemente dobbiamo farlo tutti e due.
ti chiedevo solo di accettare delle scuse, ma tu hai subito voluto porre delle condizioni.
condizioni che poi andavano a toccare i miei punti deboli. e lo sai bene. mi conosci e sai che molte cose, per quanto possano sembrare banali e stupide a tutti, per me sono veramente importanti. e tra queste lo spazio personale. quello spazio in cui posso odiarmi con tutto il mio cuore, e in cui non voglio entri nessuno.
ora non ci sentiamo più. per quanto andrà avanti?
e poi cosa che mi sembrava inutile dire al telefono era che sono geloso. voglio dire, è ovvio. perchè con certe persone non puoi cambiare programma. e non dire di no. dicevi a me tranquillamente di no perchè quella sera eri con altri, allegramente, mentre io ai tuoi occhi DOVEVO cancellare istantaneamente tutto per essere solo tuo.
lo potevo anche fare, ma solo se anche tu saresti stata disposta a farlo.

spero di risentirti, e spero che tu non lo faccia recitando. perché io non sono un altro spettatore. e se mi consideri tale, abbiamo speso troppe energie insieme fino ad ora.

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un regalo

21 Agosto, 2009 · 1 Commento

ho bisogno di un regalo, ma forse nemmeno quello può bastarmi.

non ne posso più.
non sopporto più il mio corpo. non riesco a vederlo ogni giorno, passo le mattine a martoriarmi in bagno per cercare di nascondere in ogni modo la barba, per riuscire a tagliarla il più possibile, senza mai riuscire ad ottenere un risultato perfetto, ma garantendomi un bruciore che riesce solo ad aumentare il mio odio verso il mio involucro. ed è solo un difetto. passo il tempo a lavarmi, perché ormai sono diventato maniaco. mi sento sporco in ogni momento, non mi sento mai “a posto”. riesco a sentire costantemente l’odore della mia pelle, odore di sebo, o sudore, o semplicemente corpo, anche se non c’è nessun odore. vedo cose che altri non vedono, sento cose che non sentono. alcune perché in realtà nessuno le nota, altre perché sono solo nella mia testa. ma non sopporto l’odore che sento allo specchio. non sopporto l’odore che sento in camera mia, il mio. non sopporto me.
sono qui, alle 3.12 di notte a scrivere, perché non riesco ad addormentarmi. il mio corpo non riesce nemmeno a fare ciò.
l’unica cosa a cui riesco a pensare è al mio corpo. non capisco che rapporto ho con esso. lo voglio, in fondo? forse averne uno totalmente diverso non farebbe alcuna differenza. o forse si. forse non mi mancherebbe questo. o forse si. ma ogni giorno, vedere sulla faccia qualcosa che non mi appartiene, che ho ma che rispecchia tutto ciò che non sono. questo si che è essere poser. e poi quel naso che di profilo mi fa sembrare un condor. e anche li problemi. e i capelli, quella massa informe che mi da un aria da secchione e che non so come cambiare, e che devo lavare ogni giorno, se non più spesso. e poi il grasso. sono sovrappeso, così sovrappeso da non poter fare niente di ciò che voglio con il mio corpo. non posso vestirmi come vorrei, non posso comportarmi come vorrei, non posso nemmeno andare in piscina.
e poi quella voce. quell’orrenda voce, che non riesco a cambiare. anche se tento di imparare un altra voce, che non ho.
e la gente mi dice di non preoccuparmi, che non posso lamentarmi del mio corpo, che sono nato così. lo so benissimo. ma io non voglio questo corpo, mi DISGUSTA, preferirei non averne altri. non so cosa posso fare per essere ciò che desidero.

voglio solo sentirmi bene e a mio agio, voglio camminare tra la gente ed essere visto per come sono dentro. voglio un aspetto perlomeno SIMILE a ciò che sono, non completamente opposto.

voglio un corpo nuovo, o non voglio nessun corpo.
voglio un regalo.

 

-edit:

una persona che conosco da poco tempo, ma che in breve è riuscita a farmi davvero affezionare, mi ha consigliato di rendere pubblico questo post. per più motivi. perché ciò che io considero sporco per altri può essere bello, perché qualcuno può sentire queste parole molto vicine alla sua situazione, che sia una persona nella mia stessa condizione o in una più “decisa”, o che comunque, nonostante tutte le differenze, può sentire suo quel disperato bisogno di cambiare, forse prima di riuscirsi ad accettare o forse proprio perché non potrà mai accettare di vivere una situazione che non gli appartiene. perché in ogni situazione si può cambiare, perché la realtà non è un insieme di dati immutabili. perché abbiamo il controllo del 95% di ciò che ci succede, e perché in fondo siamo tutti molto simili. possiamo crederci superiori o inferiori, ma nessuno è salvo. ognuno soffre e ognuno si rallegra.
e poter aiutare qualcun altro è davvero fantastico.
e forse dire ad alta voce ciò che penso aiuterà sia me che altri-
e grazie, grazie a te miss dita rosa. e a tutti quelli che mettono lo smalto rosa anche se non è bello- 

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ho sempre odiato le pagine finali

5 Agosto, 2009 · Lascia un Commento

di un libro. Mi sembrano sempre così dense di significato. Odio le conclusioni, le ho sempre odiate. Sia quando le devo leggere sia quando le devo inventare, scrivere. Sia quando devo farle. Odio concludere. Odio discutere, odio ogni azione che possa avere un impatto decisivo. Ma ho costantemente bisogno di esse. Ne abbiamo tutti bisogno. Odio, ma amo.

Odio le ultime pagine di un libro. Ma le amo. Mi rendono sempre triste, anche se sono allegre e gioiose. Abbandonare i personaggi, certo, è ciò che rende queste pagine così terrificanti. Ma ciò che più mi inquieta è il dovermi separare dalla storia, dai concetti. Dalla sua atmosfera, che riesce così tanto ad influenzare la mia quotidianità.
E’ per questo che leggo le ultime pagine col fiato in gola, sempre più lentamente. Leggo e rileggo. E’ così stressante. Ho paura di finire, di tralasciare una parola, di non assorbire completamente ciò che mi viene detto. Ho paura di non ricordare delle cose importantissime. Sembra un po’ la mia continua paura di dimenticare gli eventi importanti. Cosa che faccio sempre. 

 

Questo libro è finito. O almeno, tra due pagine lo sarà. Non ho il coraggio di andare avanti. Sono ancora fermo in quella New York di dieci anni fa, in una storia vera, circondato da crack e drag queens. Una New York che sento disperatamente mia. Quella che da piccolo sognavo sempre, senza mai rendermene conto. 
Avevo veramente bisogno di questa storia. Ne avevo veramente tanto bisogno. Non è una conclusione. Nemmeno l’incipit. E’ “qualcosa di quella roba lì in mezzo“.

 

•••

Cerco di autoconvincermi che ho imparato la differenza tra giusto e sbagliato. Che esiste una cosa come il giusto e lo sbagliato. Ma invece ho imparato che queste cose -il “giusto” e lo “sbagliato”- sono cose che ci raccontiamo noi. Semplicemente per illuderci. Sono cose che non abbiamo mai provato. E mentre la maggior parte delle cose che ci raccontiamo può essere vera, non è davvero possibile sapere se le cose sono giuste finché non le abbiamo provate, sfottute, esibite. O sapere se sono sbagliate. O vere. O false. O qualcosa di quella roba lì in mezzo. E penso di saper distinguere un po’ meglio. E so anche che non smetterò mai di provare questo mondo. Non mi affiderò mai all’opinione comune. Be’ fare così sarebbe troppo comune.
E allora. Continuerò a ballare con i miei costumi. Giorno e notte. E non dormirò, per quanto possibile. E tracannerò a più non posso. E forse, piroettando tutta luccicante, giocando a un idiota nascondino nel bel mezzo di un campo all’aperto, forse, forse, qualunque cosa succederà sarà più grande e scorderò ciò che mi sembra grande adesso.

Non ho ancora un piano, ma quando l’avrò so che sarà di classe. Oh sì. Un piano di gran classe.

Josh Kilmer-Purcell,
In questi giorni sono fuori di me 

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phoenix – lisztomania *brooklyn brat pack mashup*

28 Luglio, 2009 · Lascia un Commento

“This was a fun 90 minute shoot meant as a welcome to summer, a goodbye to Heidi…”

perchè io non riesco mai a organizzare cose simili on mah roof?

to do: scoprire qualcosa di più su questi “phoenix” e lurkare un pò su questo Butter Team

(via Butter Team)

 

ps: lo dedico a qualcuno che ha bisogno di un pizzico di spensieratezza, pouji

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