cose allegre e gioiose,
mi sono trasferita in un’altra città lontano dai genitori che sensazioni provo?,
s.p.a.i.s.,
la canzone che alice like audrey mette nei video?,
maskros
fantastico, voglio conoscere la tipa che si è trasferita, potrei suggerirle qualche sensazione.
dedicato a chi non disegna per paura di non riuscire a disegnare ciò che immagina
sento un’intensa voglia di creare.
voglia di disegnare, fotografare, costruire. fare qualcosa di bello, serio, elegante. voglio riuscire a far uscire dalle mie mani una forma nera e lucida, un fetticcio di latex ispirato a leigh bowery, una polaroid in bianco e nero, fasci di luce, tacchi e perversioni per strani uomini
ho questa voglia di fare, eppure non riesco nemmeno ad alzare il culo e mettere via un pò di roba, prendere la macchina fotografica e scattare, o prendere un foglio e fare delle righe
e poi, anche se mi mettessi a “fare”, riuscirei mai a rendere concreta la sensazione che provo?
e mentre rifletto sul mio non riuscire a fare perdo la voglia di fare
dimentico la sensazione e l’immagine
vorrei essere spettatore di ciò che vorrei
voglio che qualcuno immagini le mie stesse cose e me le faccia rivedere
voglio come sempre delegare ad altri ciò che dovrei perlomeno tentare di fare
violet, anche questo post all’inizio voleva essere un’altra cosa. ma pian piano ha perso la sua essenza.
ho dimenticato ciò che volevo dire
le mie parole una volta scritte hanno perso la loro importanza
ma l’idea è sempre quella. finchè puoi permetterti di non delegare non farlo.
usa la tua creatività.
creare un’immagine, creare la mia immagine, soddisfare la mia immagine, soddisfare l’immaginazione di altri.
una canzone mi ha portato alla mente ricordi lontani, di quando ero dall’altra parte del mondo, e nemmeno sapevo di esserlo
di getto ho buttato giù qualche riga, ma le trovavo troppo importanti per lasciarle a marcire in un profilo di facebook. avevano bisogno di aria, di un posto dove rimanere e di essere circondate da tanto, tanto bianco.
wilder than moonliight,
smiling like sunshine
reminds me so much of past times, surrounded by forests & strangers
light unfolding through leaves
water and mud, natural playgrounds, myths and families
such a strong woman, such a hard life
moon
in queste parole c’è di tutto. dai sogni più strani che abbia mai fatto alle situazioni più paurose che abbia vissuto.
l’essere circondato dallo stress e dalla paura, da situazioni assurde che hanno messo a dura prova le diverse generazioni di una famiglia.
ricordo solo pochi fotogrammi, sensazioni, luoghi, tutto sconnesso e lontano, e non posso più individuare the boundaries tra sogno e realtà.
ricordo l’odore di sandalo, i cartoni in inglese, la mia passione per vishnu, i templi, la foresta dietro casa che scendeva per la collina fino a chissà dove, l’asilo, la luce che inondava una grande sala piena di poster di tartarughe e sea landscapes. ricordo i batik e il grande negozio dove li vendevano, la strada per andare li, i centri commerciali immensi e pieni di giocattoli. lo slime con cui giocavo mentre mia madre parlava con una persona che più di dieci anni dopo avrei conosciuto e ammirato, un pullmino su cui abbiamo attraversato seasides e comuni, case dove leggevo libri tristi per bambini immerso in un ricordo viola. zanzariere e sconosciuti, mercatini dove immaginette di kali mi terrorizzavano, fiori di loto aperti in continuazione, ninfee e giardini botanici. litigi e piccoli traumi, il mio non essere me, il non conoscere nessuno. le nottate svegli, intere famiglie in una sola casa, Indra.
un nome troppo forte il tuo, forse. hai scatenato la tempesta, e poco prima ero con te. mame tame matakkaranne oea, loved you.
mi torna in mente il canale di scolo dove giocavo ogni volta che pioveva, e l’argilla con cui costruivo piccoli vasi venuti male. il giardino con i cobra e le canne di bambù, i miei pennarelli e una coetanea, o forse una domestica. la vergogna e i vicini.
gli spettacoli e i carboni, il pera-hera, il fuoco e una casa bianchissima. storie di bambini che uccidevano i genitori per dare prova di coraggio, la sera e i templi su montagnette in città. il fiore che ispirò i dagoba e il candore dei fiori del matrimonio dei miei. il loro profumo, Chandra.
Il monsone all’arrivo dell’aereo, la casa e il fango, le pubblicità con i diavoli e i materassi. i cuscini. gli aerei e la notte. quella notte che era ovunque, in ogni cosa, ogni ricordo, ogni disegno.
i blocchi di zucchero trasparente, la sala, la salma. le storie di fantasmi e gli esorcismi, gli sguardi e le uova.
le lumache e i muri, i ricchi e i loro pavoni, le caramelle e mia nonna, e un pullman su cui ogni volta si rischiava la vita. una casa nuova e isolata, gigantesca, dove assistevamo al tramonto sul balcone mentre in casa i vasi di mia zia prendevano polvere.
guardavo mille camere attraverso uno smeraldo
sento il suono della pioggia e ricordo la luce che filtrava tra le foglie.
non ricordo mio padre che era lontano, ma ricordo mia madre e la sua sofferenza, che al tempo non potevo capire.
ricordo la sua camicia a righe i suoi capelli lunghi, i capelli che adoravo e con cui giocherellavo sempre
quei capelli non ci sono più. io non ci sono più. e in parte anche tu, Luna.
il tuo coraggio e la tua forza però ci sono sempre, anche quando non li comprendo. lo sento.
troppo diversi per comprendere le nostre menti, troppo vicini per non voler sempre tentare.
forse eri tu la luna che ogni sera guardavo, la luna che mi seguiva ovunque
non mi sono mai opposto così tanto alla natura, non ho mai sentito così nemica la normalità.
eppure le note scorrono nelle mie orecchie, e mi promettono cose importanti. forse è solo l’arte dell’abbellire il nulla, ma spero sempre in un significato.
ormai ho rinunciato ad avere con voi un rapporto serio. da mesi ho imparato quanto non potrete mai capirmi fino in fondo, quanto il conoscere un me che non ero io vi impedirà di conoscere me. non siete certo le uniche persone a cui ho rinunciato, ma siete certo le uniche a cui in fondo potevo tenere veramente. le uniche per cui ogni volta riesco a riaccendere la speranza, la voglia di avere un rapporto nuovo e vero. ma è, come sempre, un rapporto a senso unico. i vostri consigli sono vuoti, se indirizzati a tutti meno che me.
ma devo smetterla di sognare, devo smetterla di illudermi. non ci siamo mai conosciuti e non sarà mai così. devo rinunciare alle persone più importanti, il che significa rinunciare a tutto.
e non mi piace assolutamente. dopo aver capito di dover rinunciare a me capisco di dover rinunciare agli altri.
è così triste non avere un obbiettivo. è così triste appoggiare le mie mani sul mio volto e non sentire di chi sono quelle mani, o di chi sia quel volto.
eppure l’unica cosa che posso fare, l’unica cosa che mi può essere consigliata, è sempre capire. rinunciare alle mie aspettative.
nessuno che mi consigli un cambiamento in meglio. forse perchè nessuno sa migliorare, tutti hanno solo paura di cambiare.