o qualcosa che c’entra con la sfiga, sono state le parole bofonchiatemi da una tizia in pullman che mi guardava mentre facevo le ultime cazzate per finire bene la giornata.
Ma partiamo dall’inizio.
Prima di tutto, vediamo il background emozionale di queste ultime settimane.
Siamo a dicembre ormai. Il prossimo mese avrò i famigerati esami, i miei primi esami universitari in tre materie: economia politica, semiotica e cinema e tv.
Tre materie, quindi una cosetta semplice semplice. Se non fosse che non so ancora nulla. E’ soprattutto economia a spaventarmi. Devo studiare un intero libro e impiego 1 ora e mezza per fare solo 3 pagine. Non riesco a trovare nulla che mi spinga a farlo, non riesco a impormi di mettermi lì e leggere, non riesco a controllarmi. E così i giorni passano, le rate vengono pagate con soldi che non si sa da dove vengano (e certo NON bastano) e io perdo tempo, sentendomi in colpa ogni momento, con l’unico desiderio di abbandonare l’università. Dopo cinque anni di superiori l’unico desiderio che riesco ad avere è non fare niente. nulla. NULLA.
Ecco, non ho nemmeno voglia di finire l’articolo. Non ho più voglia di scrivere, voglio solo dormire.
Fattostà che dopo aver passato una giornata di merda, sentendomi una merda e volendo piangere -senza peraltro riuscirci- ogni cinque minuti, sono tornato a casa in pullman dove:
mi è piovuto addosso. DENTRO il pullman. MOLTO.
le mie ultime cuffie (che tagliavano e suonavano male, ma tenevo per non spendere altri soldi) si sono incastrate, tirate e rotte nell’
ombrello che a sua volta si è incastrato, tirato e rotto in un sedile del pullman, mentre mi gocciolava addosso di tutto e tentavo di scendere.
ovvio, poi sono tornato a casa senza ombrello, sotto la pioggia e col culo bagnato per colpa di quei sedili dimmerda di quei pullman pieni di gente sporca.
7.45 di mattina.
L’autobus è pieno
Gente che va a scuola, gente che va a lavoro.
Tutto è ancora calmo e silenzioso, tutti vogliono ancora riposare. I vetri lentamente iniziano ad appannarsi e qualche passeggero già sonnecchia.
Una ragazza (o forse dovrei dire donna) sulla trentina siede poco avanti a me, nella fila di fianco. E’ vestita bene, di nero e grigio. Ha un volto ancora giovane e un piercing minuscolo sul naso.
La osservo mentre gli archi di All is full of love si mescolano nell’aria.
Uno strano ombrello, in quello che sembra essere ferro battuto, con una stoffa argentata che si chiude in un vaporoso fiore, penzola di fianco a lei.
Ogni suo oggetto o atteggiamento la rende più bella di quanto realmente non sia.
I suoi capelli a caschetto neri, il viso piccolo e appuntito, mi ricordano mia cugina. Mi ricorda qualcosa che vedevo da piccolo, un’idea che mi ero fatto dell’”essere grandi”, una vita che vedevo nei telefilm che guardavano gli adolescenti del tempo, tra Friends e Daria.
Prende un piccolo specchietto grigio e inizia a mettersi un rossetto scuro -che sembra essere di muji, in una scatola trasparente- con dei piccoli colpetti sulle labbra, frettolosamente.
Mi da l’idea di una che appena arrivata a Milano correrà in ufficio, tra fax e e-mail.
I piccoli carillon e cristalli della canzone accompagnano i suoi gesti, e io continuo a guardarla sorridendo.
Forse perchè vorrei essere lei, forse perchè osservarla mi rende sereno.
Prende la sua borsa e ne tira fuori una coppola in lana grigia, che immagino essere morbidissima. Poi un Ipod nero e si mette ad ascoltare la radio, mentre io sento e mi ripeto “all is full of love”.
Tutto è così bello e calmo, e nessuno sembra accorgersene.
Forse dovrebbero solo imparare a guardare i colori e sorridere.
Forse è che spero sempre, in tutto.
E nonostante molte cose siano irrealizzabili, esse mi rendono felice.
come un mago, ho creato delle cose.
ho creato delle situazioni. alcune positive altre negative.
e posso dire di essere soddisfatto di molte delle mie creazioni.
non tutte, ma molte cose le ho fatte bene.
come prendere l’argilla e modellarlo. ma una cosa più sottile, fatta di parole e sensazioni. e tante immagini.
un processo continuo di reinterpretazione di sé stessi e della propria vita, delle persone che ci circondano.
quello che molti definiscono “poser”, essere falsi, non avere una personalità, ma visto sotto un’ottica diversa.
avere una personalità precisa, definita, ma in continua evoluzione. in crescita, come deve essere.
perchè la crescita, interiore e di conseguenza esteriore, è parte integrante del “vivere”. e abbiamo tutti i diritti di mettere mano alla nostra crescita e crearci, giorno dopo giorno.
ho cambiato atteggiamenti e situazioni, ambienti e persone. aggiunto persone, più precisamente.
e ne sono soddisfatto.
mi chiedo solo perchè le persone ritengano futile questo percorso e si fossilizzino in se stessi, disprezzando chi percorre percorsi diversi. purtroppo la mia critica arriva a poco, scontrandosi con il mio modo egoista di analizzare il percorso di coloro che a volte ritengo più deboli.
ma è un punto che in fondo non voglio cambiare, non per ora, non mi sarebbe utile.