ho sempre odiato le pagine finali

di un libro. Mi sembrano sempre così dense di significato. Odio le conclusioni, le ho sempre odiate. Sia quando le devo leggere sia quando le devo inventare, scrivere. Sia quando devo farle. Odio concludere. Odio discutere, odio ogni azione che possa avere un impatto decisivo. Ma ho costantemente bisogno di esse. Ne abbiamo tutti bisogno. Odio, ma amo.

Odio le ultime pagine di un libro. Ma le amo. Mi rendono sempre triste, anche se sono allegre e gioiose. Abbandonare i personaggi, certo, è ciò che rende queste pagine così terrificanti. Ma ciò che più mi inquieta è il dovermi separare dalla storia, dai concetti. Dalla sua atmosfera, che riesce così tanto ad influenzare la mia quotidianità.
E’ per questo che leggo le ultime pagine col fiato in gola, sempre più lentamente. Leggo e rileggo. E’ così stressante. Ho paura di finire, di tralasciare una parola, di non assorbire completamente ciò che mi viene detto. Ho paura di non ricordare delle cose importantissime. Sembra un po’ la mia continua paura di dimenticare gli eventi importanti. Cosa che faccio sempre. 

 

Questo libro è finito. O almeno, tra due pagine lo sarà. Non ho il coraggio di andare avanti. Sono ancora fermo in quella New York di dieci anni fa, in una storia vera, circondato da crack e drag queens. Una New York che sento disperatamente mia. Quella che da piccolo sognavo sempre, senza mai rendermene conto. 
Avevo veramente bisogno di questa storia. Ne avevo veramente tanto bisogno. Non è una conclusione. Nemmeno l’incipit. E’ “qualcosa di quella roba lì in mezzo“.

 

•••

Cerco di autoconvincermi che ho imparato la differenza tra giusto e sbagliato. Che esiste una cosa come il giusto e lo sbagliato. Ma invece ho imparato che queste cose -il “giusto” e lo “sbagliato”- sono cose che ci raccontiamo noi. Semplicemente per illuderci. Sono cose che non abbiamo mai provato. E mentre la maggior parte delle cose che ci raccontiamo può essere vera, non è davvero possibile sapere se le cose sono giuste finché non le abbiamo provate, sfottute, esibite. O sapere se sono sbagliate. O vere. O false. O qualcosa di quella roba lì in mezzo. E penso di saper distinguere un po’ meglio. E so anche che non smetterò mai di provare questo mondo. Non mi affiderò mai all’opinione comune. Be’ fare così sarebbe troppo comune.
E allora. Continuerò a ballare con i miei costumi. Giorno e notte. E non dormirò, per quanto possibile. E tracannerò a più non posso. E forse, piroettando tutta luccicante, giocando a un idiota nascondino nel bel mezzo di un campo all’aperto, forse, forse, qualunque cosa succederà sarà più grande e scorderò ciò che mi sembra grande adesso.

Non ho ancora un piano, ma quando l’avrò so che sarà di classe. Oh sì. Un piano di gran classe.

Josh Kilmer-Purcell,
In questi giorni sono fuori di me 

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