Archivi del mese: luglio 2010

peur du lac

non so cosa sia, ma lo provo ogni volta che mi avvicino a questo luogo.
quando il sole cala, l’ansia sale.
non capisco perchè, ma sono terrorizzato.
e ora che le luci si spengono, gli insetti camminano, e fuori, in lontananza, una discoteca rimbomba, non capisco più niente.

sotto di me un vecchio fienile, con una porta in legno. un solo calcio basterebbe ad aprirla. polvere ovunque.
nel fienile, in camera, sotto i miei piedi.

la mia mente ripercorre ogni via attraversata nei 20 anni in cui venivo qui. lo stesso posto, il lago, ma in un posto sempre diverso. cosicché nessun luogo mi è familiare, bensì mi sono tutti potenzialmente ostili.

i passi nel viottolo a fianco, all’una di notte, in un paesino vuoto.
io che mi guardo attorno.

oggi sono in un piccolo paese, su una montagnetta. vedo il lago e le sue luci tenui. non so perchè, ma tremano.
tutto al lago è sempre vuoto.
come quel paese buio, con quattro lampioni e siepi scure.

e ricordo libri e giornali che leggevo, il sang real, gesù, e sento che qui le chiese sono strane. oscure. finte, inventate. facciate dietro cui si celano santi dal volto insanguinato.
lo stesso terrore che provo nel vedere fabbriche-bunker tutte uguali. hotel simili a prigioni inarrivabili, grigie e vuote. shining senza luccicanza. follia spenta e vuota. esseri di cheratina.

domani ho un’appuntamento alle 9, con un’anziana signora inglese. vuole sapere tutto su di me, dice. ma ci sarà sole, e sarò felice. il problema è ora. quando devi dormire e non sai dove sei. o quando sei in auto e ti ritrovi in una via strettissima tra le rocce, e non sai come fare manovra e tornare indietro, e c’è solo una casa illuminata. o quando i negozi chiudono e ti accorgi di quanto tristi e isolate sono queste case. finte. facciate. non capisci come ci arrivi l’acqua, come ci arrivi il telefono. quando trovi paesi di cemento nudo stretti e abbarbicati su delle pareti rocciose. finestre aperte, e non sai cosa dietro. dentro.
anche nei bar, nei ristoranti: manca qualcosa.

e il medioevo ti inquieta. e la rivoluzione industriale pure. e il balcone pure. e sento che qualcosa non è giusto. è normale, ma triste e inaccettabile. immorale, come quando ascolto diplomat’s son. mi piace. la amo. ma ha qualcosa che non va.
they can’t sleep together. they shouldn’t have smoked a joint. he shouldn’t be rich.

forse è solo nostalgia.
forse è solo che preferisco le colline. che ho paura di ciò che è sopra e sotto, più che di ciò che è all’orizzonte. ma anche quello alla lunga mi angoscia.
ma preferisco i disegni peruviani, i colori accesi e terreni.
vegetali, non carni e pesci.
internet, le luci calde.

ma anche la giungla, e non la foresta.
forse è solo paura del diverso.
eppure come ogni mia paura, mi affascina.
come sentire i portishead in un incubo sci-fi di vuoto.

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