Archivi del mese: novembre 2010

Samsara


ascolto kashiwa daisuke  e ricordo gli autunni e i cieli grigi.
ricordo gallarate e il carù, vecchi giornali e cd di gruppi jam americani  presi con mio padre. ma ricordo anche i videogiochi di benoit sokal, i giochi con storie misteriose che non ho mai compreso, dove vampiri vagavano per città vuote, textures banali e brutte, demo, giornalini di pc. le foglie gialle degli alberi che cadevano e la pioggia contro i finestrini, ma viaggiando arrivo fino alle estati, al lago, ai supermercati dove non tornerò mai più. a tutto ciò che era scolorito e alle insegne rotte. il parco la sera, con i disegni sui muri così volgari, i poster delle agenzie di viaggio.


ascolto i ducktails e ricordo l’argilla e le maschere dei diavoli, il giro per lo sri lanka in una specie di camper, gli hotel, il buio pesto e i ristoranti dove tutti mangiavano pesce, le spiaggie con cieli tristi, le onde altissime e i palazzi, neanche fossi in california. l’acqua nel canaletto e gente che non conoscevo, gli aereoporti e le lingue misteriose che la gente parlava. sotterfugi ovunque, ritardi ovunque, bianchi che pensavano di essere dio solo per una divisa e un accento diverso. gli sputi sugli schermi e un bel pò d’ingenuità. ma anche i week end in un localino nel milanese con un pò di rhum e due amici romani, quasi mai visti ma a cui riesco a tenere tantissimo. la guerra e la gente che scappava da casa, la casa del conte e io che giocavo col suo cane, mentre nella piscina nuotavano solo le rane. una pavia lontana che scorreva fuori dai vetri, un’amica cattolica che brillava e una piazza da città di mare. e i templi e l’incenso e una grandissima sala coi pavimenti lucidi e fiori di loto a terra riflessi in mille stanze d’oro, come le mille stanze di smeraldo che vedevo in una piccola pietruzza nella mia camera. e fuori dalla finestra la giungla, un’immensa radura di verde e grigio, un cielo plumbeo.


Ma ora mi accorgo che ascoltando le cocorosie ricordo, ricordo troppo.
il pullman che sfrecciava tra le case e le macerie in cina, la solitudine tra così tanta gente, le mie cuffie che lavoravano ventiquattro ore su ventiquattro mentre piangevo pensando a persone che di li a qualche anno sarebbero diventate le più grandi, splendide delusioni. abbracci chiusi in un giaccone e metropoli lontane. e poco tempo dopo i campi francesi che scorrevano uguali e tranquilli, una delle visioni più estatiche e vuote, uccelli e cielo, uccelli e cielo. il loro volo mentre noi sfrecciavamo sotto di loro. prima da solo poi finalmente con un padre, avanti e indietro, prima a nord e poi a sud, cercando un posto dove stare bene. i panini con burro e le città piene di fiori, i fiumiciattoli e le pasticcerie, tutto il grigio che poteva esserci. i campi tedeschi, la pioggia, i camping, le famiglie milanesi, le pentole da lavare, e ancora il sole di luglio mentre leggi il candido tra un autogrill e l’altro, il viaggio e sempre il viaggio, anche mentre ti portano via l’auto e ti illudi di “essere” a londra.

e poi ricordo gli aereoporti bui, i jedi tra i terminal a kandy, flight delayed probabilmente per un qualche attacco, duty free e arte asiatica, coltelli, spirali, gemme, tutto dolce per gli occhi.
forse qualcosa è successo lì, perchè penso sempre all’aereo di notte, il sapore del burro, la musica, i film, il buio, tutto mi fa pensare a quell’aereo. perchè se vedo in tutto l’aereo, è nato li il mio modo di vedere, perchè è sempre su un aereo, in transito.

e se ora anche il presente diventa ricordo, non so più dove andare

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