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Samsara


ascolto kashiwa daisuke  e ricordo gli autunni e i cieli grigi.
ricordo gallarate e il carù, vecchi giornali e cd di gruppi jam americani  presi con mio padre. ma ricordo anche i videogiochi di benoit sokal, i giochi con storie misteriose che non ho mai compreso, dove vampiri vagavano per città vuote, textures banali e brutte, demo, giornalini di pc. le foglie gialle degli alberi che cadevano e la pioggia contro i finestrini, ma viaggiando arrivo fino alle estati, al lago, ai supermercati dove non tornerò mai più. a tutto ciò che era scolorito e alle insegne rotte. il parco la sera, con i disegni sui muri così volgari, i poster delle agenzie di viaggio.


ascolto i ducktails e ricordo l’argilla e le maschere dei diavoli, il giro per lo sri lanka in una specie di camper, gli hotel, il buio pesto e i ristoranti dove tutti mangiavano pesce, le spiaggie con cieli tristi, le onde altissime e i palazzi, neanche fossi in california. l’acqua nel canaletto e gente che non conoscevo, gli aereoporti e le lingue misteriose che la gente parlava. sotterfugi ovunque, ritardi ovunque, bianchi che pensavano di essere dio solo per una divisa e un accento diverso. gli sputi sugli schermi e un bel pò d’ingenuità. ma anche i week end in un localino nel milanese con un pò di rhum e due amici romani, quasi mai visti ma a cui riesco a tenere tantissimo. la guerra e la gente che scappava da casa, la casa del conte e io che giocavo col suo cane, mentre nella piscina nuotavano solo le rane. una pavia lontana che scorreva fuori dai vetri, un’amica cattolica che brillava e una piazza da città di mare. e i templi e l’incenso e una grandissima sala coi pavimenti lucidi e fiori di loto a terra riflessi in mille stanze d’oro, come le mille stanze di smeraldo che vedevo in una piccola pietruzza nella mia camera. e fuori dalla finestra la giungla, un’immensa radura di verde e grigio, un cielo plumbeo.


Ma ora mi accorgo che ascoltando le cocorosie ricordo, ricordo troppo.
il pullman che sfrecciava tra le case e le macerie in cina, la solitudine tra così tanta gente, le mie cuffie che lavoravano ventiquattro ore su ventiquattro mentre piangevo pensando a persone che di li a qualche anno sarebbero diventate le più grandi, splendide delusioni. abbracci chiusi in un giaccone e metropoli lontane. e poco tempo dopo i campi francesi che scorrevano uguali e tranquilli, una delle visioni più estatiche e vuote, uccelli e cielo, uccelli e cielo. il loro volo mentre noi sfrecciavamo sotto di loro. prima da solo poi finalmente con un padre, avanti e indietro, prima a nord e poi a sud, cercando un posto dove stare bene. i panini con burro e le città piene di fiori, i fiumiciattoli e le pasticcerie, tutto il grigio che poteva esserci. i campi tedeschi, la pioggia, i camping, le famiglie milanesi, le pentole da lavare, e ancora il sole di luglio mentre leggi il candido tra un autogrill e l’altro, il viaggio e sempre il viaggio, anche mentre ti portano via l’auto e ti illudi di “essere” a londra.

e poi ricordo gli aereoporti bui, i jedi tra i terminal a kandy, flight delayed probabilmente per un qualche attacco, duty free e arte asiatica, coltelli, spirali, gemme, tutto dolce per gli occhi.
forse qualcosa è successo lì, perchè penso sempre all’aereo di notte, il sapore del burro, la musica, i film, il buio, tutto mi fa pensare a quell’aereo. perchè se vedo in tutto l’aereo, è nato li il mio modo di vedere, perchè è sempre su un aereo, in transito.

e se ora anche il presente diventa ricordo, non so più dove andare

mirror: di parenti, musica e identità. 1.2

le lacrime che sono appena scese mi hanno portato a scrivere ancora,

voglio capire cos’è questa sensazione, questo disgusto e questa tristezza che riesco a provare.

Stairway to heaven. I Led Zeppelin, un gruppo che rispetto ma non sono mai riuscito ad apprezzare. Ho sempre sentito la loro musica, non solo la loro, ma tutto il rock anni 70-80, i gruppi con quei pantaloni aderenti, capelli ricci, come qualcosa di fastidioso. I testi misteriosi, ammiccanti secondo le leggende al satanismo, la droga, il sesso, le chitarre. La melodia triste, la voce di un uomo che passa tra zaffate di chitarre acustiche o elettriche, le giacche in jeans. Mi fa paura. Mi vengono in mente i rolling stones, i kiss, o gruppi sconosciuti, perchè erano così tanti. I gruppi fantomatici dei film che però rappresentavano quel giro di soldi, droga e musica. La corruzione e il talento, la passione e la stupidità, l’ignoranza.
E mi viene in mente mio cugino, il pensare che sia nato 10 anni prima di me lo rende così diverso, così lontano. Le sue esperienze che non riesco ad accettare, la sua diversità che mi urta, quella che vedo come un’inferiorità calata in un assolo di chitarra e una birra, i suoi videogiochi, forse la sua solitudine. I videogiochi, i primi guerre stellari usciti, gli sparatutto dove venivi buttato in una dimensione fredda e ostile, le riviste di videogiochi, quella mania del nuovo che se rivista ora fa solo ridere, quelle impaginazioni antiestetiche, quella cultura underground che dagli anni 80 diventava sempre più viva nei 90, il game boy giallo e super mario, il suono freddo di quella macchinetta e le ore che lui ci passava con le cartucce passategli dagli amici.
Vedo il grigiore di quegli anni, della sua adolescenza e della mia infanzia. I canali regionali che trasmettevano vecchi cartoni che snobbavo per la scarsa qualità mentre lui ci si fiondava dentro.
E risentendo questa musica sento una malinconia continua, una depressione senza motivo, degli anni buttati tra inquinamento e consumismo, tra mode stupide e questi nuovi generi musicali. Eppure riesco ad apprezzare quelle mode frivole, nate poco dopo. Apprezzo la droga che girava nei party dei club kids anni 80 mentre disprezzo quella che girava nei backstage dei concerti il decennio prima. Sento questa musica cattiva, fredda, brutta come uno sputo su uno specchio.
Ma questo odio che provo per lei, per quest’epoca, mi affascina. Forse anche perchè vedo in lei quella virilità che mi fa paura, che rifuggo di continuo.

(…)

(mi viene poi da pensare a quanto nella vita non ci siano decisioni completamente giuste o sbagliate, a quanto più persone si possono essere rapportate ad una stessa situazione in modi diversi, chi con esiti positivi che con esiti negativi. e cosa mi impedisce quindi di tentare? il non poter più tornare indietro certo fa paura, ma tra lo stare male ora e lo stare male in futuro, esistono differenze?)

mana

ascoltavo un live di fever ray, suonava here before. e mi è venuto in mente di quando ero dall’altra parte del mondo, e nemmeno sapevo di esserlo.

wilder than moonlight,
smiling like sunshine

surrounded by forests and strangers
light unfolding through leaves
water and mud, natural playgrounds, myths and families

such a strong woman, such a hard life
moon

qui c’è di tutto. dai sogni più strani che abbia mai fatto alle situazioni più paurose che abbia vissuto.
l’essere circondato dallo stress e dalla paura, da situazioni assurde che hanno messo a dura prova le diverse generazioni di una famiglia.
ricordo solo pochi fotogrammi, sensazioni, luoghi, tutto sconnesso e lontano, e non posso più individuare the boundaries tra sogno e realtà.

ricordo l’odore di sandalo, i cartoni in inglese, la mia passione per vishnu, i templi, la foresta dietro casa che scendeva per la collina fino a chissà dove, l’asilo, la luce che inondava una grande sala piena di poster di tartarughe e sea landscapes. ricordo i batik e il grande negozio dove li vendevano, la strada per andare li, i centri commerciali immensi e pieni di giocattoli. lo slime con cui giocavo mentre mia madre parlava con una persona che più di dieci anni dopo avrei conosciuto e ammirato, un pullmino su cui abbiamo attraversato seasides e comuni, case dove leggevo libri tristi per bambini immerso in un ricordo viola. zanzariere e sconosciuti, mercatini dove immaginette di kali mi terrorizzavano, fiori di loto aperti in continuazione, ninfee e giardini botanici. litigi e piccoli traumi, il mio non essere me, il non conoscere nessuno. le nottate svegli, intere famiglie in una sola casa, Indra.
un nome troppo forte il tuo, forse. hai scatenato la tempesta, e poco prima ero con te. mame tame matakkaranne oea, loved you. 

mi torna in mente il canale di scolo dove giocavo ogni volta che pioveva, e l’argilla con cui costruivo piccoli vasi venuti male. il giardino con i cobra e le canne di bambù, i miei pennarelli e una coetanea, o forse una domestica. la vergogna e i vicini.

gli spettacoli e i carboni, il pera-hera, il fuoco e una casa bianchissima. storie di bambini che uccidevano i genitori per dare prova di coraggio, la sera e i templi su montagnette in città. il fiore che ispirò i dagoba e il candore dei fiori del matrimonio dei miei. il loro profumo, Chandra.

Il monsone all’arrivo dell’aereo, la casa e il fango, le pubblicità con i diavoli e i materassi. i cuscini. gli aerei e la notte. quella notte che era ovunque, in ogni cosa, ogni ricordo, ogni disegno.

i blocchi di zucchero trasparente, la sala, la salma. le storie di fantasmi e gli esorcismi, gli sguardi e le uova.

le lumache e i muri, i ricchi e i loro pavoni, le caramelle e mia nonna, e un pullman su cui ogni volta si rischiava la vita. una casa nuova e isolata, gigantesca, dove assistevamo al tramonto sul balcone mentre in casa i vasi di mia zia prendevano polvere.

guardavo mille camere attraverso uno smeraldo 

sento il suono della pioggia e ricordo la luce che filtrava tra le foglie.
non ricordo mio padre che era lontano, ma ricordo mia madre e la sua sofferenza, che al tempo non potevo capire.

ricordo la sua camicia a righe  i suoi capelli lunghi, i capelli che adoravo e con cui giocherellavo sempre

quei capelli non ci sono più. io non ci sono più. e in parte anche tu, Luna.
il tuo coraggio e la tua forza però ci sono sempre, anche quando non li comprendo. lo sento.
troppo diversi per comprendere le nostre menti, troppo vicini per non voler sempre tentare.
forse eri tu la luna che ogni sera guardavo, la luna che mi seguiva ovunque 

e che mi segue ancora

25/03/09 // odore di tè verde

ascoltando Peter Broderick, “and it’s alright”. vorrei incorporarla ma non la trovo, peccato.

circondato dal bianco, e da poche tinte di verde ascolto canzoni verdi

penso all’autostrada, ai viaggi, a quelle giornate passate in francia, con la mia baby sitter bjorkiana, a raccontarsi e conoscersi, confessando di volersi trasferire
a guardare il cielo, saturi di emozioni
pomeriggi passati a visitare Avignone con mio padre

e ora dionysos, song for jedi, ma una versione che non trovo su youtube

non posso negarlo, sono stato molto fortunato, e mi rattrista pensare che non riuscirò a mantenere questo livello se non mi do da fare
ma al contempo non ho la minima voglia di darmi da fare, vorrei solo poter gustare questi 19 anni senza pensare al futuro. ma devo, e ben presto me ne accorgerò.

shooting stars, running over me
sere stellate, campi inondati di sole

mai come quest’anno ho bisogno di una nuova, vera estate. ho bisogno del caldo, ho bisogno della solitudine e della compagnia
ho bisogno di poter cantare in coro, ho bisogno di poter cantare
di aprirmi e ridere, e di cambiare

cambiare, in un certo senso ho già cominciato, anche se non sono sicuro del risultato che voglio raggiungere. è così stupido e divertente avere problemi con il proprio sciocco corpo 🙂

12/03/09 // Fast and sleepy

adoro essere adulto
(e sembrare un tredicenne, in fondo)

e la gente non era nulla di che, ma almeno ho tentato.

a te invece dò un addio, non so quanto tu lo possa meritare. hai passato tanti anni a lavorare, tanto tempo a perdere ogni secondo di ciò che hai fatto.
pace alla sua buon anima, dicono alcuni. addio dico io. e mi pento di non provare nulla di più.
ma sono molto più propenso a provare tristezza per tuo figlio, che soffre veramente.

a quanto pare continuo a dire cose che dovrei evitare di dire. ma tanto verrò sempre frainteso, tanto vale parlare, a costo di offendere tutti.

però mi dispiace. per chi non mi capisce, e per chi non capisco.

(e perchè ora mi ricordo il teatro in sri lanka?)
yaka danzanti, yaka febbrili. fuococarbone e aerei

back

forse è per i cranberries, forse per il tempo. forse per i luoghi in cui sono stato. forse per i cambiamenti. forse pure la gelmini!

eppure oggi ho ricordato molti momenti delle medie, tutto quel periodo. che brutto. eppure ricordarlo non era così male.

lalala this greatest moment, lalala this greatest day,
lalala this gratest love of them all

speriamo però lei stia bene, non è assolutamente il momento. né per me, né per lei.