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Le Vie dei Canti // Misunderstanding Myself

Siamo Abele o Caino?
Il nostro modo di vivere, di sentire, di fare esperienza, può seguire due diversi percorsi, due percorsi forse analizzati dalla Bibbia. Potremmo quasi guardare a questa come ad un grande libro epico, e allo stesso tempo un manuale di viaggio, meglio un diario di viaggio, il diario di Abele, il diario dei discendenti di Abele. La storia di quelli che hanno scelto di viaggiare, dei grandi esodi, degli apostoli che hanno girato il mondo. Un romanzo scritto da un sostenitore del viaggio, da uno Yahweh da Lonely Planet.

Noi figli di Abele abbiamo sempre camminato. Solo pochi anni fa abbiamo deciso di stabilirci, di diventare sedentari, di  usare le automobili e girare film, partecipare a vernissages e contare le banconote, di prendere le medicine, di tagliarci i capelli e cercarci un lavoro.
Si è deciso che così doveva andare, e si è fatto andare tutto così.

Eppure non siamo cambiati. Sentiamo ancora la paura, la notte, quando il misterioso predatore è in agguato. Sentiamo ancora l’odore delle tigri pronte a sbranarci, anche se col tempo abbiamo imparato che le tigri non possono più sbranarci. Ma ci siamo abilmente creati i draghi, i fantasmi, e quando questi non bastavano ci siamo resi noi draghi e fantasmi, siamo diventati i mostri più paurosi, per poter vedere ancora qualcosa muoversi dentro quella caverna. In sud africa abbiamo deciso di capovolgere le regole del gioco e di rendere questi mostri lontani ricordi, e forse ne paghiamo ancora le conseguenze. Una vita piena di errori, pare essere la nostra.
Errori o semplici scelte, come la scelta di capovolgere tutto e diventare noi l’uomo errante primitivo, di prendere il bastone e la pietra, di usare la lancia, di mordere i nemici. E tra errori e scelte ci ritroviamo ancora a vagare per l’outback, a pensare a quanto poco valgano le piramidi.
E quando capiamo che alcuni uomini riescono a cantare il loro percorso verso il mare, allora capiamo anche di non essere giunti dove desideravamo. Meglio ancora, capiamo di non essere giunti dove dovevamo. Proprio perchè non dovevamo giungere da nessuna parte. Il caos, quello della caverna buia, quello del cielo scuro e delle stelle piccole e definite, regnava anche fuori dalla caverna. Regnava nell’aria, nel mare e nelle galassie. E gli aborigeni creavano ordini, costruendo il tempo del sogno, e i cristiani facevano lo stesso con la Bibbia, e così faceva Freud, e così fa ogni persona, ogni giorno, quando crede nei palazzi che gli si stagliano di fronte o quando crede nei fantasmi della vecchia casa di campagna. Il caos e l’ignoto formano ancora i più affascinanti disegni, segni bianchi su sfondi rossicci, righe rosse, fumi oppiacei e polveri colorate.

Ma i canti attirano ancora la nostra attenzione. Forse perchè ci illudono di un tempo passato in cui l’uomo sapeva.
Sapeva cosa si celava dietro i fumi scuri e sotto i fiumi , sapeva della sua discendenza, se apparteneva alla stirpe di Abele o Caino, sapeva cosa sarebbe successo alla sua progenie.
Ma probabilmente, anche gli uomini che cantavano, e gli uomini che cantano il loro percorso, ormai diventato la loro fuga , non lo hanno mai saputo. Non hanno mai saputo perchè anni dopo ci si sarebbe ritrovati sdraiati nelle vasche da bagno, piangendo per il vuoto e per il sapore amaro del rosso denso in bocca.

Il mito di Prometeo era solo un mito, forse. Il fuoco ci è stato dato dal caos, e la sua natura è il caos. Gli aborigeni danzavano attorno a ciò che cercavano di spiegare, danzavano la propria solitudine, sognando un vero fuoco.

Prometeo non è mai arrivato, Cristo non ha mai parlato, Buddha non si è mai illuminato. Ma forse ci hanno ispirato. Ci hanno detto cosa dobbiamo fare. O forse, più di tutto, ci hanno fatto comprendere cosa vogliamo fare.

Noi siamo Prometeo.

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dolore e marzapane

premessa: piangere a dirotto, pensare, piangere, ripensarci piangere di più. poi ingoiare oro, albicocche, dolci albicocche, così dolci da coprire l’amaro. poi ridere mentre la brutta musica finge di essere carina e mentre piangi ancora. preludio alla keta. la gente ti urla addosso e i sensi di colpa scivolano dentro di te, nel bordo interno del tuo corpo. Diventi una statua di porcellana, terracotta bagnata, colorata, una piñata che ride e muore di colori. La musica fa ridere e tu non sai ridere se non sputando aceto, i tuoi zoccoli si muovono con la musica che va veloce mentre tu balli lento, ti muovi di quà, ma la gamba va di là, ti alzi ma sei ancora sdraiato, quindi ti rialzi, ma davvero, e cadi mentre dici le parole che stavi dicendo 5 minuti prima, forse le senti dopo, forse sei ghezzi, che ridere, che merda tutto questo, che merda. che belli i colori quando non pensi a niente. domani troviamo della gomma dai. è simpatica la gomma ma intanto vado a dormire. hey ma il cortile interno? buona idea, no, haha cattiva idea, ci sono i bambini stupidi che urlano e i loro tricicli, ma poi scusa chissene, sono pure gli ultimi arrivati, dai boh, quella foto di Ringo? no eh, dai troppi soldi forse notte
si notte dai vado a notte buona dormire noche bona to vada your dolly eek ❤ ti voglio telefonare sciampista tes…
no dormo

l’importante è dormire. e non capire più se dormivo oggi o ieri. ma tanto voglio ancora dormire. e non so se è giorno o sera. c’è luce però. fottosega mo dormo.

chi ha paura delle felci?

due corna, felci corrono simmetriche dalla mia fronte. le braccia alzate, gli indici puntano avanti.
il vento muove gli acchiappasogni, i cervi scappano da anni, ormai. la via e il fango, ti indico cosa fare, ti vieto di guardarmi. vesti di pelli e di piume, vesti di sedimenti culturali, moda di culture mai esistite, basata sullo stesso principio del mitraismo, di damanhur, della storia del cristianesimo, artefatti bellici.
crearsi.

balam acab – regret making mistakes

come l’homme vert nel medioevo, tra i monasteri e i grandi prati. col passare degli anni si noteranno solo i ristoranti cinesi.

coruscating emerald

dolphins into the future – live

morire nella bellezza di ciò che si pone alle nostre orecchie
raggiungere uno stato di grazia, quando le note perdono la propria forma, e sentirsi bene nel presente, eliminare il futuro nuotando nel passato.
ricordi che si proiettano nella mente, immagini vuote, immagini piene di poesia.
telefoni che suonano e risuonano, suonano senza fermarsi, dolcemente, continuando dopo la risposta, continuando sulla risposta, si depositano sulle parole, si fondono ai sentimenti, gli amici suonano, gli amici parlano, dormono mentre parlano. gli squilli e gli amici brillano ritmicamente come luci natalizie sotto strati di ovatta.

suoni senza definizione, assenza di contenuto che diventa qualità, mentre tutto si lega, mentre tutto prende forma e perde i confini. tatuaggi bianchi, tatuaggi perlacei, senza mai bordi neri, magliette colorate che illuminano il sole. il suono si muove sulla sabbia, sotto l’acqua, tra i riflessi a Malè.

piangere senza motivo perchè si riesce a far passare la bellezza tra le dita, strofinarla sotto le unghie e mangiarla, ingoiare luce e soffocare dolcemente. zucchero, burro, miele, api, ronzii veloci, sempre più veloci e poi bassi che sfondano gli alveari, gli alveoli, i polmoni pieni di aria che devono vedere il mondo mentre tutto crolla, mentre tutto cade e poi vola.

i palazzi devon esser fatti d’argento e smeraldi, brillare su pianeti e brillare tra galassie, far vibrare gli occhi tra le mille stanze verdi, iridi che suonano come theremin, luce che si rifrange, fasce di metallo che entrano nelle orecchie per portarti a livelli di coscienza superiori, informazioni che scorrono come perle tra i mille loro significati

e la luce che si proietta sotto le panchine, tra le aiuole, parla, gioca nelle cabine telefoniche e sulle spalle dei fiorentini, anche se l’innocenza non è mai esistita

i suoni acquosi parlano delle sirene nei cilindri di vetro, le bolle dorate salivano tra i riflessi rossi, un bambino in un locale, la notte, dopo gli inseguimenti e le città buie con le pareti bucate, avrebbe poi sperato solo nei diamanti

spera, nei diamanti e nei rubini, nelle persone con corone indaco, con gioielli violacei attorno agli occhi, spera nell’oro e nel nulla, nella formaldeide che ci farà sorridere per sempre, quando potremo levitare senza pensare al domani
ci sarà un giorno in cui potrai capire come raggiungere qualcosa e come raggiungere tutto, i fiori di magnolia cadranno piano su strade d’avorio, prima delle magnolie sui fiori

le pietre, poi l’argento, poi le perle, solo poi l’ebano
ma questa è solo una delle tante storie

Impulso

dedicato a chi non disegna per paura di non riuscire a disegnare ciò che immagina

sento un’intensa voglia di creare.
voglia di disegnare, fotografare, costruire. fare qualcosa di bello, serio, elegante. voglio riuscire a far uscire dalle mie mani una forma nera e lucida, un feticcio di latex ispirato a leigh bowery, una polaroid in bianco e nero, fasci di luce, tacchi e perversioni per strani uomini

ho questa voglia di fare, eppure non riesco nemmeno ad alzare il culo e mettere via un pò di roba, prendere la macchina fotografica e scattare, o prendere un foglio e fare delle righe
e poi, anche se mi mettessi a “fare”, riuscirei mai a rendere concreta la sensazione che provo?

e mentre rifletto sul mio non riuscire a fare perdo la voglia di fare
dimentico la sensazione e l’immagine
vorrei essere spettatore di ciò che vorrei
voglio che qualcuno immagini le mie stesse cose e me le faccia rivedere

voglio come sempre delegare ad altri ciò che dovrei perlomeno tentare di fare

Violet, anche questo post all’inizio voleva essere un’altra cosa. ma pian piano ha perso la sua essenza.
ho dimenticato ciò che volevo dire
le parole hanno perso la loro importanza
ma l’idea è sempre quella. finchè puoi permetterti di non delegare non farlo.
usa la tua creatività.

creare un’immagine, creare la mia immagine, soddisfare la mia immagine, soddisfare l’immaginazione di altri.

procrastination is making a cup of tea

esatto.

(via swiss miss)

25/03/09 // odore di tè verde

ascoltando Peter Broderick, “and it’s alright”. vorrei incorporarla ma non la trovo, peccato.

circondato dal bianco, e da poche tinte di verde ascolto canzoni verdi

penso all’autostrada, ai viaggi, a quelle giornate passate in francia, con la mia baby sitter bjorkiana, a raccontarsi e conoscersi, confessando di volersi trasferire
a guardare il cielo, saturi di emozioni
pomeriggi passati a visitare Avignone con mio padre

e ora dionysos, song for jedi, ma una versione che non trovo su youtube

non posso negarlo, sono stato molto fortunato, e mi rattrista pensare che non riuscirò a mantenere questo livello se non mi do da fare
ma al contempo non ho la minima voglia di darmi da fare, vorrei solo poter gustare questi 19 anni senza pensare al futuro. ma devo, e ben presto me ne accorgerò.

shooting stars, running over me
sere stellate, campi inondati di sole

mai come quest’anno ho bisogno di una nuova, vera estate. ho bisogno del caldo, ho bisogno della solitudine e della compagnia
ho bisogno di poter cantare in coro, ho bisogno di poter cantare
di aprirmi e ridere, e di cambiare

cambiare, in un certo senso ho già cominciato, anche se non sono sicuro del risultato che voglio raggiungere. è così stupido e divertente avere problemi con il proprio sciocco corpo 🙂