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Euridice

Ho iniziato a scrivere questo post tempo fa. Quasi un anno, o forse più.
Era dedicato ad una persona a me molto cara, che non l’ha mai letto. e pian piano, proprio in quel periodo, ho iniziato a perderla.
Ora, tutto si sta ripetendo.
Ancora un anno, forse, e perderò un’altra persona. In parte per colpa mia, in parte a causa delle sue decisioni. Questa persona non leggerà mai questo post, ma non importa. Terminerò questo post, perchè devo imparare a chiudere le mille parentesi che apro.
Forse questo post è per Giulia e Glauco. Per Giulia, perchè è vero: quando ti sembra di morire, non muori davvero. Per Glauco, perchè è vero: non sono mai contento.
 
 

Avete presente quella sensazione quando vi addormentate il pomeriggio, con la luce, e vi risvegliate la sera, quando è buio, e perdete completamente la cognizione del tempo? O quando avete un deja-vu, o fate un sogno troppo reale, che sembra continuare anche dopo la sveglia? O ancora quando sognate una canzone meravigliosa, e vi svegliate sentendola ancora in testa, senza però capire che canzone sia, e sapete che tra pochissimo sparirà e non potrete più risentirla, o saperne il titolo -se davvero esiste- ? E quella sensazione terribile quando vi addormentate, ma i vostri occhi rimangono aperti e continuate a vedere ciò che vi circonda, ma siete completamente paralizzati?
In tutti questi momenti le nostre certezze vacillano, ci ritroviamo spaesati, quello che ci circonda sembra instabile e falso. Quella che siamo abituati a chiamare realtà sembra scomparire in una strana nebbia.

Forse sono però questi i momenti in cui riusciamo a guardare con più “lucidità” ciò che ci circonda e tutto ciò in cui siamo quotidianamente immersi.

Eppure, se dovessimo definire la realtà, non sapremmo come fare. Cos’è la realtà? Un insieme di dati definiti certi su basi soggettive, un modo inventato per comprendere qualcosa di non inventato. Un metodo fallace per definire qualcosa di incontrovertibile, praticamente un errore sul nascere. Come facciamo ad essere certi che i nostri metodi per misurare e giudicare un mondo a noi incomprensibile possano essere esatti e giusti? E qui si tornerebbe al solito discorso sulla relatività del tutto, e le mille solite idee, trite e ritrite, su cui persone molto più degne di me hanno ragionato.

Vedere oltre la realtà, dicevo. Meglio, vedere oltre le convenzioni che chiamiamo realtà.

Avete mai pensato che nulla di ciò che ci circonda è in realtà così come lo percepiamo, che il nostro modo di vivere è solo una delle infinite possibilità, che i nostri sorrisi possono anche essere l’arma più aggressiva? Che tutte le nostre certezze si basano solo su piccoli equilibri, compromessi e approssimazioni? Certo che lo avete pensato.
E il risultato, ogni volta che ci pensate, è quella sensazione di smarrimento e malinconia, forse anche un po’ di impotenza.
Per esempio, il tempo. Per noi è una verità assoluta. C’è, funziona così, e regola tutto. Eppure facciamo di tutto per aggirarlo, perchè ci terrorizza. Noi non lo vogliamo, il tempo. Ma ne siamo schiavi.
Il tempo non esiste. O meglio, esiste, ma non è qualcosa di definito, dipende da come lo si guarda, da come lo si interpreta. In ogni cultura il tempo funziona in un modo diverso, viene diviso in modi diversi se non addirittura ignorato. I nativi americani non avevano il nostro tempo. Per loro ogni momento esisteva davvero,  tutto attraversava varie fasi, ed ognuna di queste aveva una sua ragione d’essere, ogni momento aveva un suo valore. Un fiore nasceva, cresceva e moriva passando per tantissime piccole fasi, tutte nobili l’una quanto l’altra. Il loro tempo non era un filo che scorre. Il loro tempo erano tante immagini, e nulla impediva al passato e al presente di convivere. Tutto poteva essere contemporaneamente. E se ci pensiamo, è un po’ come il cinema, tante piccole immagini, che noi vediamo e interpretiamo come un continuum. Ed è anche come la nostra vista. Ecco, noi vediamo in un modo, ma interpretiamo il tempo in un altro. C’è qualcosa di più confuso?

Confusione. Ipnosi. Rivivere momenti apparentemente dimenticati attraverso l’ipnosi. Dicono che il cervello immagazzini ogni informazione. Dico ogni informazione. Tutto quello che viviamo, ogni singola esperienza, ogni dato. Ma per poter funzionare deve nasconderci quasi tutto. Ricordare tutto, impossibile. Forse pericoloso. Come uscire da una caverna, al buio, ed essere accecati dalla luce, tutta, troppa in troppo poco tempo. Uhm. Ripetere una parola, ripetere una parola finché perde senso. Proprio poco tempo fa sentivo parlare di questa cosa, dicevano che succede perchè ripetendola avviene un cortocircuito, e facendo saltare tutti i collegamenti a questa parola nel nostro cervello non riusciamo più a darle un significato.
Essere sovrappensiero. E dimenticare tutto quello che si sta facendo. Pensare ad altro.

Nulla esiste. Potremmo anche discutere della parola “esiste”, ma a cosa serve? Non so nemmeno perchè ora sto pensando a questo. Forse perchè stavo pensando ad una cosa che mi rende un po’ triste. Non che ce ne sia motivo. Pensavo ai cervi nei boschi, a come vedono i boschi. Voglio dire, io amo vedere le piante. Il loro verde, le sfumature delle foglie tenere sulle punte dei rami, il rosso dei frutti,  le loro forme, mi fanno stare davvero bene. Penso sia normale per tutti. La natura ci rilassa. E pensavo ai cervi, che praticamente vedono solo il blu e il verde. Per loro non esistono gli altri colori. Noi senza quei colori non riusciremmo nemmeno a esprimerci, riempiamo pagine e conversazioni di parole che riguardano i colori, ci scriviamo tesi, studiamo il loro effetto su di noi e impazziamo per riuscire a stampare il colore giusto. E loro, semplicemente, non sanno che esiste. Il rosso per i cervi non esiste. Ovvio poi, chissà quanti colori noi ci perdiamo. Ecco, i colori sono l’ennesimo compromesso che ci rende felici.

Di cosa sto parlando? Non ne ho idea. Sono solo pensieri. Arrivano e scompaiono prima ancora di essere compresi. Prima di addormentarmi succede sempre così. Vedo mille cose, rivivo momenti e me ne vengono alla mente altri mai vissuti. Soprattutto sento suoni. Sento suoni assurdi e fortissimi, chiarissimi. Eppure resta tutto nella mia testa per una sola frazione di secondo. Poi tutto scompare e lascia spazio ad altre idee. E’ come se prima di abbandonarmi al vuoto attraversassi un fiume in piena di idee, pensieri, rumori. Ne vengo sommersa finché questi non diventano troppi e troppo densi, e finalmente il sonno mi inghiottisce.
Il sonno. Amo il sonno. Forse perchè è il mio modo di scappare da ciò che mi spaventa. Il sonno è la mia migliore arma. Ed è pericolosissima, perchè nulla è più forte del sonno. Spesso da piccola sognavo di trovarmi in situazioni orribili, e la mia risposta, anche in sogno, era quella di mettermi a dormire. Ed era bellissimo, perchè mi sentivo davvero forte. Nessuno poteva fare più nulla, se io dormivo, nessuno poteva fermarmi, e io non potevo stare meglio, al caldo, in un mondo dove entrava solo quello che volevo. Il torpore mi rende invincibile, tutto quello che è all’infuori di me perde senso, tutto torna ad essere relativo e io me ne rendo conto. Mi illumino, con gli occhi chiusi, e capisco che è tutto falso, che è tutto forse, che è tutto piccolo e insignificante.
Il sonno è il mio più grande amico, il mio rifugio sicuro, e forse la mia abitudine peggiore. Spesso ho paura che pian piano mi stia inghiottendo. Dormo troppo, nei luoghi più disparati, nei momenti meno opportuni. E non riesco a controllarmi. Eppure è piacevole. In fondo, non mi può succedere nulla di male no? Se anche scomparissi nel sonno, nessuno potrebbe farci nulla. Io, di certo, non mi opporrei. Non ne avrei la forza, e nemmeno la voglia.

L’ho conosciuto da poco, e ancora non ho capito che genere di persona possa essere. I suoi modi, la sua voce, il suo interesse per la moda: tutto mi porterebbe a pensare che sia gay. Eppure quegli stessi modi femminei, quel modo di gesticolare, quelle mani leggere, mi attraggono. Non è una femminilità esasperata, è qualcosa di diverso. Una delicatezza insita in ogni gesto. Potrei rimanere ore a guardarlo mentre parla, mi ipnotizza, come quando resto imbambolata a guardare le donne che si truccano. Nel loro caso forse è perchè non ho mai saputo truccarmi degnamente. Nel suo caso, invece, forse è perchè in fondo non mi sono mai sentita una donna, non mi sono mai sentita veramente “qualcosa” se non me stessa. Vedo in lui qualcosa che ho sempre voluto essere. Non so cosa sia ciò che mi attrae così tanto, ma è come assistere ad una lenta cerimonia. Bisogna stare attenti e cogliere ogni dettaglio, è importante.
L’ho conosciuto da poco, dicevo. Davvero poco. Questa mattina. Eppure mi attrae, e sento di interessargli. Non so nemmeno come si chiami, non mi interessa. Quello che mi interessa è dentro di lui, è dietro di lui. E’ nelle sue mani, dentro le ossa. Scorre tra i suoi nervi e i suoi sorrisi. Ci siamo incontrati per caso in un negozio e abbiamo iniziato a girovagare per la città insieme, con naturalezza. Come se ci conoscessimo già. E’ un uomo sulla trentina, se non più grande. Biondo, barba leggera e capelli cortissimi. Immagino li tagli così per non doversi rendere conto di aver già iniziato a perderli. Per non rendersi conto dei suoi anni. Incravattato, comicia bianca, giacca blu. Un perfetto uomo d’affari, si direbbe. La differenza d’età non mi sconvolge, quello che mi sorprende è che io, Hotaru, per la prima volta mi ritrovo ad essere attratta da un occidentale, da uno di quei manager in carriera bianchi che ho sempre disprezzato. Certo è che ultimamente sono strana, sto cambiando molte abitudini e spesso mi ritrovo a fare cose che un tempo non avrei mai pensato di fare. Non so, forse ho bisogno di cambiare. Mi sento confusa da un po’ di tempo a questa parte, e sento di dover fare qualcosa. Un viaggio forse, ma anche conoscere qualcuno di diverso.
Il rumore delle scale mobili sembra essere l’unica colonna sonora di questo incontro. Cielo. Colonna sonora? Incontro? Perchè passo il tempo a romanzare ogni momento della mia vita?

Stiamo curiosando in un negozio di accessori, tra collane e orecchini, e lui mi mette addosso questa sciarpa in lana, grandissima, perfetta per gli inverni. Da un lato è nera e dall’altro è color senape, attraversata da un motivo a lisca di pesce. Amo la delicatezza con la quale la avvolge attorno al mio collo, e mi guardo allo specchio. Sembro così goffa, il mio caschetto nero mi fa sembrare un maschiaccio e i miei lineamenti morbidi mi danno un’aria infantile. Nessuno crede mai io abbia davvero 22 anni. Eppure mi piaccio. Quella ragazzina bassa e testarda sembrava piacere a molti. Mi torna in mente il mio ex, adorava questo mio aspetto, ma ho sempre sospettato fosse perchè gli ricordavo qualcun’altro. Era uno strano legame, il nostro. Ci amavamo, forse. O forse era solo una specie di legame fraterno molto forte, ci completavamo, eravamo sempre quello che serviva all’altro, la spalla su cui piangere e la persona più dolce con cui ridere. Sembrava sempre triste, eppure riusciva a farmi ridere come pochi altri. Stavo molto bene con lui, e mi accorgo sempre più quanto mi manchi. Riescono addirittura a mancarmi i suoi imbarazzanti slip colorati e le ore passate sui videogiochi ascoltando le ultime uscite beach-pop, come ragazzini troppo cresciuti, sperando sempre di sfrecciare un giorno in auto sulle spiagge della California ascoltando i Metronomy. “Un giorno”, forse proprio per questo non è funzionata. Eravamo sempre proiettati nel futuro, facevamo mille progetti e poi rimanevamo nella nostra città, legati alle solite persone che odiavamo e ai nostri lavoretti di merda. Eravamo pigri, e non volevamo affrontare la realtà, impauriti dai mille ostacoli che immaginavamo si sarebbero frapposti fra noi e i nostri sogni. E poi, parlare di sogni, sembrava troppo infantile per poterci credere davvero.
Basta così, è passato, e rimarrà tale. Meglio pensare al presente, a cosa sto vivendo ora, a cosa voglio vivere ora. E’ tutto troppo confuso, ed è il caso di fare un po’ di chiarezza. Devo svegliarmi e cercare di gestire un po’ il mio futuro. Inizierò smettendo di perdermi nel vuoto mentre mi guardo allo specchio.
Lo specchio appoggiato alla parete in questo negozio poco illuminato riflette me e l’uomo che mi sta accompagnando in questa strana giornata. Mi chiedo se sia reale, ogni minuto che passa mi rendo sempre più conto di quanto tutto questo sia assurdo. Ma è qui con me, e ciò mi fa sentire al sicuro. Chiunque lui sia, da qualunque posto venga, sono stata fortunata ad averlo incontrato. Mi dirigo alla cassa, compro la sciarpa ed esco in silenzio. Il vento freddo di questo inverno soffia sulle mie guance. Decido di coprirmi e mettere il mio nuovo, soffice acquisto.


Non capisco come possano certe persone considerare stupida la cura del proprio abbigliamento. Mentre mi copro non riesco a fare a meno di sorridere felice sentendo gli strati caldi e colorati di stoffe coprirmi. Sono vestita come il mondo che mi circonda, come le piante e le strade e le foglie secche che le ricoprono. Felponi e scarponi neri, maglioni marroni, sciarpe senape, cardigan bordeaux. Qualcuno considera questi colori dei colori tristi. Per me sono solo colori, felici quanto ogni altro colore. Sotto tutti questi strati mi sento a casa, potrei affrontare ogni vento e stare bene. E’ come se mi portassi dietro un luogo intimo, tutto mio, fatto di ricordi e sensazioni. E ogni piega significa qualcosa. Dietro una cucitura può esserci un’intera tradizione, e dietro una camicia stirata male può esserci una madre arrabbiata col marito mentre una televisione ignorata urla troppo forte.
Ci allontaniamo dal negozio, e camminiamo lentamente. Il cielo è grigio.

Camminiamo per  una decina di minuti, passeggiando tra i canali. Siamo ormai lontani dal centro, alla strada iniziano ad affiancarsi dei campi verdi, erba tenera che riposa in questa giornata umida, forse qualche campo coltivato a rotazione lasciato in pace per un po’. I canali scorrono placidi, passando sotto lo stradone, che in alcuni punti diventa un romantico ponte, con delle vecchie ringhiere in ferro battuto.
“Ci stanno seguendo”

“Cosa sai della Yakuza?”
E’ davvero fantastico il modo in cui, nella mia vita, passo da momenti di completa tranquillità a momenti di puro dramma. Sorrido beata quando il mondo attorno a me impazzisce, mia madre inizia a urlare, le amiche in lacrime mi chiamano, gli amici mi rivelano cose terribili che avevo più volte cercato di ignorare. Il telefono squilla e una voce tremante mi fa sapere che anche lei, lei che ora sembrava così forte, è scomparsa.
“Ci stanno seguendo da qualche ora. Ti seguono, ti seguono da tempo. E’ per via di tuo padre. Lo avevi capito forse”. No, io non ho capito nulla. Non avevo capito nulla prima, non ho capito nulla ora. Non ho mai capito molto di mio padre, ma ora sta diventando tutto davvero assurdo. Cosa sta succedendo? E’ tutto falso, sta scherzando. Non fa ridere. Cosa sta dicendo? Non sta scherzando.
“Sono qui per proteggerti”
Sta scherzando.
Una macchina sgomma, poi frena, le portiere si aprono. Non posso non aver notato una macchina del genere fino ad ora, non può averci seguito. Non ha senso, eravamo in un negozio, ho preso una sciarpa, no, cos’è tutto questo?
Due uomini scendono dalla macchina. Asiatici, blazer, nocche tatuate, pistole?
Sono allibita. Ok, forse sono terrorizzata. Non so cosa stia succedendo ma ho paura e di certo no sta succedendo nulla di buono. Nessuno sta scherzando.
L’uomo occidentale mi si mette davanti, mi nasconde, tira fuori una pistola. I due uomini urlano qualcosa, puntano le pistole su di noi. Dobbiamo scappare, sparagli, dobbiamo scappare. L’uomo occidentale mi spinge dietro di lui, mi dice di nascondermi dietro un piccolo muretto a pochi metri da noi. Io corro. Non sto più nemmeno pensando, corro, non mi giro e non capisco cosa succede. Inizia a nevicare. No, forse è già iniziato da un po’. Come faccio ad accorgermi della neve in una situazione del genere? Lui urla, loro urlano, sento uno sparo, altri due spari, dietro il muretto mi volto e guardo la scena. Un giapponese a terra. L’altro uomo sceso dalla macchina e l’occidentale si puntano ancora la pistola contro. L’occidentale mi urla qualcosa, qualcosa che non capisco. Si accascia. Anche il giapponese si accascia. Si sono uccisi. Io sono dietro il muretto. Nevica, e loro si sono uccisi. Tre morti su una strada. Un’auto. Nient’altro. Silenzio.

Forse non me ne ero accorta. O forse non volevo semplicemente dirlo. Forse. Basta coi forse. Ci sono troppi forse nelle nostre vite, come se dovessimo sempre cercare di dare una spiegazione a tutto, anche quando non sappiamo nulla. Ma non serve, non è scritto da nessuna parte, non serve sempre una spiegazione. certe cose succedono e basta. Altre le senti e sai che ci sono. Altre volte non le senti, ma ci sono. Dovremmo imparare a vivere senza cercare una spiegazione a tutto, saremmo molto più sereni. E’ tutto bianco, quando non hai dubbi nè certezze, quando non sai nemmeno di esserci, ma stai bene, e questo basta.

Mi sposto, mi avvicino all’occidentale. Pochi passi, fa male. Mi hanno sparato, e non me ne ero accorta. Assurdo. Bene. Ancora qualche passo verso di lui.
Mi hanno sparato. Lo sto ripetendo perchè ripetere le cose mi aiuta a capirle. Piano piano, con tranquillità, si possono capire le cose, almeno un pochino.
Rido un po’ tra me e me, è come dicevo prima, nella mia vita accadono le cose più assurde, e io ancora non me ne faccio una ragione, soprattutto ultimamente, in questo periodo è tutto molto confuso. Io sono molto confusa. E’ ora di cambiare qualcosa. Partirò, ecco. Devo andare da qualche parte.
Potrei tornare in Giappone. Da quanto non torno in Giappone? Saranno secoli. Non che ne abbia davvero voglia, ho sempre odiato quel posto. Ma ho anche tanti bei ricordi. Forse mi farebbe bene. Tornare a casa. Rivedere casa.

Sono andata in un ristorante, avevo così tanta fame, e avevo bisogno di soccorso, almeno credo. Sono sempre molto stanca ultimamente, oggi in particolare. Credo di essere ancora un po’ rintronata. Forse è per tutto quello che è successo, forse per lo sparo. Mi sono seduta qui, è un MacDonalds, ci sono queste sedie molto carine, tutte scomode. Sono su uno sgabello, ed è pieno di gente. Sono seduta qui da ore, ma non ho ancora mangiato nulla. Non ho ordinato nulla. Forse, tra un po’. Dove sono? Sono in Giappone? Sono in aeroporto, nel MacDonalds dell’aeroporto. Mi sono ripresa, non ho nulla, sono solo un po’ stanca, ma ce la posso fare, ora partirò, è ciò di cui ho bisogno in fondo. Devo solo organizzarmi, riordinare le mie priorità, fare qualcosa per me. Sì, devo dedicarmi un po’ di tempo, ritagliarmi dei piccoli spazi, rivedere casa. Riprendermi i miei tempi. Torno in Giappone.

Ogni giorno, andando verso casa dopo scuola, attraversavo questi grandi viali alberati. Alberi brutti, ma molto imponenti. I classici alberi da foresta temperata, anonimi, europei.
Li attraverso ostinata nei miei felponi neri, la mia sciarpa senape al collo, parto, corro per questo viale innevato. Sto benissimo. Forse volevo dire “è bellissimo”. Non so.
La musica cresce, e penso di conoscere questa canzone, anche se l’ho sentita solo una volta. Me l’ha fatta sentire una cara amica. O forse ero io ad averla trovata, non ricordo.
Vedere questi viali alberati a volo d’uccello, mentre nevica e i lampioni gialli sono accesi nonostante sia ancora giorno. Nessuna macchina attraversa il viale oggi, è tutto per me.
Neve ovunque, anche sul campo di grano. Un campo di grano, e in mezzo un vialetto che lo percorre, forse sarebbe meglio dire una stradina sterrata, che si sviluppa in una spirale e porta chissà dove. Non vedo la fine del percorso, e per ora non mi interessa. Con calma ci arriverò.
C’è bisogno di respirare aria fresca, anche in questo inverno.

Il freddo nelle ossa scompare, il torpore del sonno è più forte.

quando, qualcosa che inizia, finisce?

sai cosa? la solennità

la solennità dei pianeti neri che non vedi, pesanti, che esplodono senza muoversi d’un millimetro. la fermezza delle proprie decisioni, di alcune. le orbite sempre uguali, ma che poi, pian piano cambiano, al ritmo degli australiani. al ritmo delle pagine che giri mentre studi nel parco. la solennità degli angeli neri, giganteschi, brutti e sapienti. il loro volo posato, la loro possenza. le nuvole rosse e nere, la luce fortissima che allaga il mondo.
la fermezza delle persone che inizi ad ammirare, la bellezza delle persone che già conosci.  le persone buone, con i cuori sui balconi in mezzo alle piante, e le persone che piangono per giorni e poi si comprano per la prima volta delle scarpe nuove per fare festa, in un modo o nell’altro. quelle che vogliono fare festa e quelle che vogliono rispetto.
la voglia di sorridere di tutti quelli che hai visto in un giorno, questo è quello che rende stupendo l’arrivare ai 27 anni. quello che rende stupendo lo schifo che provi e la rabbia, troppo poco pacati per essere angeli mostruosi, dei ricordi.
ricordi che tornano in pochi secondi, ma valgono davvero l’assenza di due padri? no.
nulla intacca la solennità del cammino di santiago de compostela.

coruscating emerald

dolphins into the future – live

morire nella bellezza di ciò che si pone alle nostre orecchie
raggiungere uno stato di grazia, quando le note perdono la propria forma, e sentirsi bene nel presente, eliminare il futuro nuotando nel passato.
ricordi che si proiettano nella mente, immagini vuote, immagini piene di poesia.
telefoni che suonano e risuonano, suonano senza fermarsi, dolcemente, continuando dopo la risposta, continuando sulla risposta, si depositano sulle parole, si fondono ai sentimenti, gli amici suonano, gli amici parlano, dormono mentre parlano. gli squilli e gli amici brillano ritmicamente come luci natalizie sotto strati di ovatta.

suoni senza definizione, assenza di contenuto che diventa qualità, mentre tutto si lega, mentre tutto prende forma e perde i confini. tatuaggi bianchi, tatuaggi perlacei, senza mai bordi neri, magliette colorate che illuminano il sole. il suono si muove sulla sabbia, sotto l’acqua, tra i riflessi a Malè.

piangere senza motivo perchè si riesce a far passare la bellezza tra le dita, strofinarla sotto le unghie e mangiarla, ingoiare luce e soffocare dolcemente. zucchero, burro, miele, api, ronzii veloci, sempre più veloci e poi bassi che sfondano gli alveari, gli alveoli, i polmoni pieni di aria che devono vedere il mondo mentre tutto crolla, mentre tutto cade e poi vola.

i palazzi devon esser fatti d’argento e smeraldi, brillare su pianeti e brillare tra galassie, far vibrare gli occhi tra le mille stanze verdi, iridi che suonano come theremin, luce che si rifrange, fasce di metallo che entrano nelle orecchie per portarti a livelli di coscienza superiori, informazioni che scorrono come perle tra i mille loro significati

e la luce che si proietta sotto le panchine, tra le aiuole, parla, gioca nelle cabine telefoniche e sulle spalle dei fiorentini, anche se l’innocenza non è mai esistita

i suoni acquosi parlano delle sirene nei cilindri di vetro, le bolle dorate salivano tra i riflessi rossi, un bambino in un locale, la notte, dopo gli inseguimenti e le città buie con le pareti bucate, avrebbe poi sperato solo nei diamanti

spera, nei diamanti e nei rubini, nelle persone con corone indaco, con gioielli violacei attorno agli occhi, spera nell’oro e nel nulla, nella formaldeide che ci farà sorridere per sempre, quando potremo levitare senza pensare al domani
ci sarà un giorno in cui potrai capire come raggiungere qualcosa e come raggiungere tutto, i fiori di magnolia cadranno piano su strade d’avorio, prima delle magnolie sui fiori

le pietre, poi l’argento, poi le perle, solo poi l’ebano
ma questa è solo una delle tante storie

10/08/08 // Walking City

Non uso questa moleskine da mesi, come ogni estate.

Sono in treno.
Nelle mie orecchie Ecdysis di Miho Hatori, mentre leggo le prime pagine di Norwegian Wood.
Fuori le città scorrono lentamente. Tutto il mondo è bagnato: la pioggia ha messo in pausa la calura estiva.
La luce si abbassa, sembra quasi una serata primaverile.
Sono in un treno diretto a Napoli, circondato da cinesi. Si parlano, ma non riesco a capire i rapporti che intercorrono tra di loro. Mi incuriosiscono, diventano parte del viaggio. Ci siamo addormentati tutti poco fa, e ora stiamo tutti bevendo. E’ cosi strano.

Aspettami.

E ora sto sorridendo, ascoltando la cover di the year of the cat degli Psapp.
Mei, a tra poco.

facebook in a still life // biografie di due cinici repressi

A&A

aloe:

marco f. non esiste.
ho quindi deciso di intraprendere una nuova relazione di amicizia con lui, di iniziare tutto da capo. da oggi sono un suo vecchio amico di liceo. gli ho scritto sulla bacheca chiedendo come sta.
un giorno di questi gli chiedo se usciamo a prendere un aperitivo.
poi gli parlerò delle mie partite di calcetto, della mia ragazza, gli chiederò se sta ancora con la sua ragazza del liceo e se studia o lavora.
gli chiederò anche se percaso vuole uscire qualche sera, dato che faccio il pr posso vendergli qualche prevendita.
lui imbarazzato ti parlerà di me dicendo che sono uno stupido e ti linkerà il mio profilo, e tu leggendo i gruppi a cui sarò iscritto (forza milan, milan nel cuore, iscrivetevi se non volete facebook a pagamento nel 2011, te devi fa n’anfiteatro de cazzi tuaaaaaa!!!!!!, fiorentina, abbronzatura, contro il maltrattamento di cani e gatti, sonny bono abbigliamento, sardegna, SI AL CROCIFISSO NELLE SCUOLE, QLL KE SANNO KE EVA HA MANGIATO LA MELA XKE’ ADAMO NN LE HA DATO LA BANANA, …:: La vita è un brivido che vola via ::… e altri) capirai qual’è il mio livello culturale, guarderai le mie foto dove sono in vacanza a rimini nelle discoteche e leggerai i miei stati, densi di un simil-filosofeggiare condito con errori grammaticali, provincialismo e una forte chiusura mentale mascherata da finto buonismo.
al che mi penderete in giro, e lui comincerà a usare con me un tono sarcastico, che io non comprenderò per i primi tempi, proprio per la mia scarsa elsticità mentale.
poi comincerò ad offendermi, prendendo le sua frasi come offese ingiustificate e non mi farò più sentire, tornando a vendere prevendite ai miei amici veri, che lavorano da footlocker, nell’azienda del padre o studiano economia.
quando marco mi scriverà una parola in inglese gli dirò “marco, parla italiano, non fare il difficileeee”. le vocali finali allungate sono obbligatorie.

mei:

da oggi sono un’aspirante stilista anoressica, e updaterò ogni giorno il mio status sentimentale su fb, passando da “relazione complicata” a “single”. avrò per amici un sacco di pseudo borghesucci della tua adorata Milano bene, che mi taggheranno in foto fighe di sfilate fighe. i miei gruppi preferiti spazieranno da quelli di fan Andy Warhol, ai Beatles, alle macchine fotografiche analogiche degli anni 70. posterò un sacco di foto fighe in cui gioco tra le altalene di un parco di chissà dove insieme alle mie altre 3-4 amichette indie-alternative che studiano fotografia. i miei stati personali prevederanno citazioni di vari scrittori “in” – Bukowski, Kundera e perché no Orwell – ma anche di vari miti della moda e del cinema – Fellini, Audrey Hepburn, Yohji Yamamoto etc. 
continuerò così a lungo, finché non deciderò di sposarmi con il figlio di un imprenditore random che mi assicurerà ricchezza eterna e andremo a vivere nei pressi di Varese. avrò un aborto e commenterò il tutto con una frase di status criptica tipo “eri così piccolo e sei andato via”, così che tutti mi chiederanno “TESO’ MA CHE è SUCCESSO??? è UN SACCO DI TEMPO CHE NON CI VEDIAMO, Dì UN PO’…?”, ma io non cagherò nessuno. dopo alcune settimane ingoierò la mia bella dose di barbiturici accompagnata da un boccale stracolmo di Laphroaig e morirò in un lago di vomito, cicciona – perché nel frattempo, per via degli psicofarmaci, sarò ingrassata di 30 kg – e sola in un anfratto della mansarda della nostra villetta mentre mio marito se la fa con una sgualdrina conosciuta in un casinò di Dubai.

all’inizio la mia mente strana mi farà credere che marco sia qualcosa di vero. ma come ben sappiamo, non esiste. lo riterrò fotogenico per le sue particolari forme e lo farò sfilare con qualcuna delle mie creazioni primordiali. poi mi vergognerò della sua presenza e lo chiamerò Carlino, facendolo diventare il mio amico invisibile che mi accompagnerà fino alla morte.

aloe:

mei,
il tuo indie milanese con tanti capelli lo amo, e lo sai, perchè in fondo lo stimo.
la tua borghese, che mi piega, mi fa davvero schifo.
la odio.
odio quei ricchi vestiti male in case arredate con poco gusto dove situazioni familiari disastrate vanno a braccetto con nomi strani affibiati ai figli, che li fanno sembrare degli albanesi arricchiti.

spero che il tuo vomito non ti lasci scampo, lo meriterai.
e forse, una delle cose più tristi, sarà avere facebook a 30 anni e aggiornarlo quotidianamente (perchè il figlio è a 30+ anni nel borghese. nell’indie o nasce prima per sbaglio o non nasce)

la amiche di “TESO’ MA CHE è SUCCESSO??? è UN SACCO DI TEMPO CHE NON CI VEDIAMO, Dì UN PO’…?” saranno grasse e posteranno loro foto con occhiali da sole e frasi glitterate, o frequenteranno il quinto anno di magistratura.

forse ci incontreremo. se nel tuo periodo indie non ci capiremo mai e ci disprezzeremo. io ti riterrò strana e pericolosa, tu mi riterrai vuoto e inferiore. e avrai ragione tu.
se ci incontreremo dopo mi userai solo come conoscenza in più, giusto per avere qualche canna sulla soglia dei tuoi 30 e per farti dare l’indirizzo di un ristorante.
è anche possibile che se mi incontri non in quanto tamarro ma ragazzo preppy da università privata in provincia (tipo LIUC di fianco a casa mia) ci incontreremo a qualche festa e ogni tanto ci sentiremo.
forse ci scapperà pure una scopata nei cessi di un locale tipo l’old fashion di milano.

Chiara

mei:

sono Chiara, una studentessa di medicina al terzo anno. ho un fisico normale, capelli castani lisci fino alle spalle, non sono bellissima ma ho gli occhi a cerbiatta e per questo le persone mi ricordano. mi sono iscritta a FB perché studio a Padova ma vengo dalla provincia di Siena, e voglio tenere contatti con gli amici d’infanzia. vesto poco appariscente, ho giusto qualche foto in cui mi si vede alle feste in casa con le nuove coinquiline e nei viaggi che mi sono fatta – Parigi, Barcellona, Londra. la mia immagine è sempre la mia foto che sorrido guardando in basso in riva al mare, solo ogni tanto la cambio con su uno slogan da medico politically correct tipo “NO ALLA DENUNCIA DEI PAZIENTI CLANDESTINI – SIAMO MEDICI NON SPIE!” anche se medico in realtà ancora non sono. non sono schierata a destra o sinistra, ma ho quella particolare etica mediocre che caratterizza le tizie come me; per questo tra i miei gruppi compaiono “un sms per i bambini in africa”, “salviamo i cani abbandonati”, “DONAZIONI PER GREENPEACE – ISCRIVETEVI!” – in effetti ho anche una certa vena animalista. sono fidanzata da cinque anni con un ragazzo che studia ingegneria a Torino, ci vediamo ogni fine settimana. aggiorno il mio status personale ogni lunedì, dopo che lui se n’è andato, scrivendo frasi melense in inglese prese da vari pezzi di canzoni di grupipi easy listening ma non troppo compromessi – Coldplay, Kings of Convenience, Afterhours ma anche cantautori italiani – De André, tanto per citarne uno. passano gli anni e mi laureo in ginecologia, la mia aspirazione da quando ero una bambina. Sposo il mio fidanzato storico e torniamo a vivere in bassa toscana, nel villino compratoci dai miei genitori (anch’essi medici di professione). Da qui in poi la mia vita si trasforma nel canovaccio di un qualsiasi film di Muccino e non c’è più niente d’interessante da dichiarare, finché non moriamo e dopo qualche anno nessuno, tranne nostro figlio autistico, riesce nemmeno a ricordare i nostri lineamenti.

grazie per la partecipazione a Mei

artifact

come un mago, ho creato delle cose.
ho creato delle situazioni. alcune positive altre negative.
e posso dire di essere soddisfatto di molte delle mie creazioni.
non tutte, ma molte cose le ho fatte bene.

come prendere l’argilla e modellarla.
ma una cosa più sottile, fatta di parole e sensazioni. e tante immagini.

un processo continuo di reinterpretazione di sé stessi e della propria vita, delle persone che ci circondano.
quello che molti definiscono “poser”, essere falsi, non avere una personalità, ma visto sotto un’ottica diversa.
avere una personalità precisa, definita, ma in continua evoluzione. in crescita, come deve essere.
perchè la crescita, interiore e di conseguenza esteriore, è parte integrante del “vivere”. e abbiamo tutti i diritti di mettere mano alla nostra crescita e crearci, giorno dopo giorno.

ho cambiato atteggiamenti e situazioni, ambienti e persone. aggiunto persone, più precisamente.
e ne sono soddisfatto.

mi chiedo solo perchè le persone ritengano inutile questo percorso e si fossilizzino in se stessi, disprezzando chi percorre strade diverse. purtroppo la mia critica arriva a poco, scontrandosi con il mio modo egoista di analizzare il percorso di coloro che a volte ritengo più deboli.

ma è un punto che in fondo non voglio cambiare, non per ora, non mi sarebbe utile.

Impulso

dedicato a chi non disegna per paura di non riuscire a disegnare ciò che immagina

sento un’intensa voglia di creare.
voglia di disegnare, fotografare, costruire. fare qualcosa di bello, serio, elegante. voglio riuscire a far uscire dalle mie mani una forma nera e lucida, un feticcio di latex ispirato a leigh bowery, una polaroid in bianco e nero, fasci di luce, tacchi e perversioni per strani uomini

ho questa voglia di fare, eppure non riesco nemmeno ad alzare il culo e mettere via un pò di roba, prendere la macchina fotografica e scattare, o prendere un foglio e fare delle righe
e poi, anche se mi mettessi a “fare”, riuscirei mai a rendere concreta la sensazione che provo?

e mentre rifletto sul mio non riuscire a fare perdo la voglia di fare
dimentico la sensazione e l’immagine
vorrei essere spettatore di ciò che vorrei
voglio che qualcuno immagini le mie stesse cose e me le faccia rivedere

voglio come sempre delegare ad altri ciò che dovrei perlomeno tentare di fare

Violet, anche questo post all’inizio voleva essere un’altra cosa. ma pian piano ha perso la sua essenza.
ho dimenticato ciò che volevo dire
le parole hanno perso la loro importanza
ma l’idea è sempre quella. finchè puoi permetterti di non delegare non farlo.
usa la tua creatività.

creare un’immagine, creare la mia immagine, soddisfare la mia immagine, soddisfare l’immaginazione di altri.