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mirror: di parenti, musica e identità. 1.2

le lacrime che sono appena scese mi hanno portato a scrivere ancora,

voglio capire cos’è questa sensazione, questo disgusto e questa tristezza che riesco a provare.

Stairway to heaven. I Led Zeppelin, un gruppo che rispetto ma non sono mai riuscito ad apprezzare. Ho sempre sentito la loro musica, non solo la loro, ma tutto il rock anni 70-80, i gruppi con quei pantaloni aderenti, capelli ricci, come qualcosa di fastidioso. I testi misteriosi, ammiccanti secondo le leggende al satanismo, la droga, il sesso, le chitarre. La melodia triste, la voce di un uomo che passa tra zaffate di chitarre acustiche o elettriche, le giacche in jeans. Mi fa paura. Mi vengono in mente i rolling stones, i kiss, o gruppi sconosciuti, perchè erano così tanti. I gruppi fantomatici dei film che però rappresentavano quel giro di soldi, droga e musica. La corruzione e il talento, la passione e la stupidità, l’ignoranza.
E mi viene in mente mio cugino, il pensare che sia nato 10 anni prima di me lo rende così diverso, così lontano. Le sue esperienze che non riesco ad accettare, la sua diversità che mi urta, quella che vedo come un’inferiorità calata in un assolo di chitarra e una birra, i suoi videogiochi, forse la sua solitudine. I videogiochi, i primi guerre stellari usciti, gli sparatutto dove venivi buttato in una dimensione fredda e ostile, le riviste di videogiochi, quella mania del nuovo che se rivista ora fa solo ridere, quelle impaginazioni antiestetiche, quella cultura underground che dagli anni 80 diventava sempre più viva nei 90, il game boy giallo e super mario, il suono freddo di quella macchinetta e le ore che lui ci passava con le cartucce passategli dagli amici.
Vedo il grigiore di quegli anni, della sua adolescenza e della mia infanzia. I canali regionali che trasmettevano vecchi cartoni che snobbavo per la scarsa qualità mentre lui ci si fiondava dentro.
E risentendo questa musica sento una malinconia continua, una depressione senza motivo, degli anni buttati tra inquinamento e consumismo, tra mode stupide e questi nuovi generi musicali. Eppure riesco ad apprezzare quelle mode frivole, nate poco dopo. Apprezzo la droga che girava nei party dei club kids anni 80 mentre disprezzo quella che girava nei backstage dei concerti il decennio prima. Sento questa musica cattiva, fredda, brutta come uno sputo su uno specchio.
Ma questo odio che provo per lei, per quest’epoca, mi affascina. Forse anche perchè vedo in lei quella virilità che mi fa paura, che rifuggo di continuo.

(…)

(mi viene poi da pensare a quanto nella vita non ci siano decisioni completamente giuste o sbagliate, a quanto più persone si possono essere rapportate ad una stessa situazione in modi diversi, chi con esiti positivi che con esiti negativi. e cosa mi impedisce quindi di tentare? il non poter più tornare indietro certo fa paura, ma tra lo stare male ora e lo stare male in futuro, esistono differenze?)

Impulso

dedicato a chi non disegna per paura di non riuscire a disegnare ciò che immagina

sento un’intensa voglia di creare.
voglia di disegnare, fotografare, costruire. fare qualcosa di bello, serio, elegante. voglio riuscire a far uscire dalle mie mani una forma nera e lucida, un feticcio di latex ispirato a leigh bowery, una polaroid in bianco e nero, fasci di luce, tacchi e perversioni per strani uomini

ho questa voglia di fare, eppure non riesco nemmeno ad alzare il culo e mettere via un pò di roba, prendere la macchina fotografica e scattare, o prendere un foglio e fare delle righe
e poi, anche se mi mettessi a “fare”, riuscirei mai a rendere concreta la sensazione che provo?

e mentre rifletto sul mio non riuscire a fare perdo la voglia di fare
dimentico la sensazione e l’immagine
vorrei essere spettatore di ciò che vorrei
voglio che qualcuno immagini le mie stesse cose e me le faccia rivedere

voglio come sempre delegare ad altri ciò che dovrei perlomeno tentare di fare

Violet, anche questo post all’inizio voleva essere un’altra cosa. ma pian piano ha perso la sua essenza.
ho dimenticato ciò che volevo dire
le parole hanno perso la loro importanza
ma l’idea è sempre quella. finchè puoi permetterti di non delegare non farlo.
usa la tua creatività.

creare un’immagine, creare la mia immagine, soddisfare la mia immagine, soddisfare l’immaginazione di altri.

mana

ascoltavo un live di fever ray, suonava here before. e mi è venuto in mente di quando ero dall’altra parte del mondo, e nemmeno sapevo di esserlo.

wilder than moonlight,
smiling like sunshine

surrounded by forests and strangers
light unfolding through leaves
water and mud, natural playgrounds, myths and families

such a strong woman, such a hard life
moon

qui c’è di tutto. dai sogni più strani che abbia mai fatto alle situazioni più paurose che abbia vissuto.
l’essere circondato dallo stress e dalla paura, da situazioni assurde che hanno messo a dura prova le diverse generazioni di una famiglia.
ricordo solo pochi fotogrammi, sensazioni, luoghi, tutto sconnesso e lontano, e non posso più individuare the boundaries tra sogno e realtà.

ricordo l’odore di sandalo, i cartoni in inglese, la mia passione per vishnu, i templi, la foresta dietro casa che scendeva per la collina fino a chissà dove, l’asilo, la luce che inondava una grande sala piena di poster di tartarughe e sea landscapes. ricordo i batik e il grande negozio dove li vendevano, la strada per andare li, i centri commerciali immensi e pieni di giocattoli. lo slime con cui giocavo mentre mia madre parlava con una persona che più di dieci anni dopo avrei conosciuto e ammirato, un pullmino su cui abbiamo attraversato seasides e comuni, case dove leggevo libri tristi per bambini immerso in un ricordo viola. zanzariere e sconosciuti, mercatini dove immaginette di kali mi terrorizzavano, fiori di loto aperti in continuazione, ninfee e giardini botanici. litigi e piccoli traumi, il mio non essere me, il non conoscere nessuno. le nottate svegli, intere famiglie in una sola casa, Indra.
un nome troppo forte il tuo, forse. hai scatenato la tempesta, e poco prima ero con te. mame tame matakkaranne oea, loved you. 

mi torna in mente il canale di scolo dove giocavo ogni volta che pioveva, e l’argilla con cui costruivo piccoli vasi venuti male. il giardino con i cobra e le canne di bambù, i miei pennarelli e una coetanea, o forse una domestica. la vergogna e i vicini.

gli spettacoli e i carboni, il pera-hera, il fuoco e una casa bianchissima. storie di bambini che uccidevano i genitori per dare prova di coraggio, la sera e i templi su montagnette in città. il fiore che ispirò i dagoba e il candore dei fiori del matrimonio dei miei. il loro profumo, Chandra.

Il monsone all’arrivo dell’aereo, la casa e il fango, le pubblicità con i diavoli e i materassi. i cuscini. gli aerei e la notte. quella notte che era ovunque, in ogni cosa, ogni ricordo, ogni disegno.

i blocchi di zucchero trasparente, la sala, la salma. le storie di fantasmi e gli esorcismi, gli sguardi e le uova.

le lumache e i muri, i ricchi e i loro pavoni, le caramelle e mia nonna, e un pullman su cui ogni volta si rischiava la vita. una casa nuova e isolata, gigantesca, dove assistevamo al tramonto sul balcone mentre in casa i vasi di mia zia prendevano polvere.

guardavo mille camere attraverso uno smeraldo 

sento il suono della pioggia e ricordo la luce che filtrava tra le foglie.
non ricordo mio padre che era lontano, ma ricordo mia madre e la sua sofferenza, che al tempo non potevo capire.

ricordo la sua camicia a righe  i suoi capelli lunghi, i capelli che adoravo e con cui giocherellavo sempre

quei capelli non ci sono più. io non ci sono più. e in parte anche tu, Luna.
il tuo coraggio e la tua forza però ci sono sempre, anche quando non li comprendo. lo sento.
troppo diversi per comprendere le nostre menti, troppo vicini per non voler sempre tentare.
forse eri tu la luna che ogni sera guardavo, la luna che mi seguiva ovunque 

e che mi segue ancora

procrastination is making a cup of tea

esatto.

(via swiss miss)

You can try, you can try

I pianti dell’uomo si adattano perfettamente al vento, fuori dall’auto, che travolge le foglie.
Mucchi secchi che svolazzano in cerca di qualcosa, sbattuti dal vento, controvoglia.
E al buio fanno quasi compassione, tra e luci di quei paesi spenti e lungo i viali alberati. 

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