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danimarca

“Quando Fridolin terminò il suo racconto il giorno spuntava grigio attraverso le tendine. Albertine non lo aveva interrotto neppure una volta con una domanda curiosa o impaziente.  Sentiva che egli non voleva, né poteva nasconderle nulla. Giaceva tranquilla con le braccia intrecciate dietro la nuca e tacque ancora a lungo, quando Fridolin aveva già finito da un pezzo.
Finalmente – era disteso al suo fianco – egli si chinò su di lei e fissando il suo volto immobile dai grandi occhi chiari nei quali adesso sembrava riflettersi il sorgere del giorno, chiese dubbioso e pieno di speranza: “Che dobbiamo fare, Albertine?”.
Lei sorrise, e dopo una breve esitazione rispose: “Ringraziare il destino, credo, di essere usciti incolumi da tutte le nostre avventure… da quelle vere e da quelle sognate”.
“Ne sei proprio sicura?” chiese Fridolin.
“Tanto sicura da presentire che la realtà di una notte, e anzi neppure quella di un’intera vita umana, non significano, al tempo stesso, anche la loro più profonda verità”.
“E nessun sogno” disse egli con un leggero sospiro “è interamente un sogno”.
Albertine prese la testa del marito fra le mani e l’attirò affettuosamente a sé. “Ma ora ci siamo svegliati…” disse “per lungo tempo”.
Per sempre, voleva aggiungere Fridolin, ma prima ancora che pronunciasse quelle parole, lei gli pose un dito sulle labbra e sussurrò come fra sé: “Non si può ipotecare il futuro”.
Rimasero così in silenzio, sonnecchiando anche, l’una vicino all’altro, senza sognare – finché come ogni mattina, alle sette bussarono alla porta, e, con gli abituali rumori della strada, con un vittorioso raggio di luce penetrato attraverso lo spiraglio della tenda e un chiaro riso di bambina nella stanza accanto, cominciò il nuovo giorno.”

Arthur Schnitzler, Doppio Sogno (Traumnovelle), 1925

inverno 2013, grandi stanze dorate, soffitti coperti di specchi, instabilità emotiva.

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sai cosa? la solennità

la solennità dei pianeti neri che non vedi, pesanti, che esplodono senza muoversi d’un millimetro. la fermezza delle proprie decisioni, di alcune. le orbite sempre uguali, ma che poi, pian piano cambiano, al ritmo degli australiani. al ritmo delle pagine che giri mentre studi nel parco. la solennità degli angeli neri, giganteschi, brutti e sapienti. il loro volo posato, la loro possenza. le nuvole rosse e nere, la luce fortissima che allaga il mondo.
la fermezza delle persone che inizi ad ammirare, la bellezza delle persone che già conosci.  le persone buone, con i cuori sui balconi in mezzo alle piante, e le persone che piangono per giorni e poi si comprano per la prima volta delle scarpe nuove per fare festa, in un modo o nell’altro. quelle che vogliono fare festa e quelle che vogliono rispetto.
la voglia di sorridere di tutti quelli che hai visto in un giorno, questo è quello che rende stupendo l’arrivare ai 27 anni. quello che rende stupendo lo schifo che provi e la rabbia, troppo poco pacati per essere angeli mostruosi, dei ricordi.
ricordi che tornano in pochi secondi, ma valgono davvero l’assenza di due padri? no.
nulla intacca la solennità del cammino di santiago de compostela.

Le Vie dei Canti // Misunderstanding Chatwin

Rumore e soffi, sangue e carcasse portarono l’uomo fuori dalle caverne.
Come in un romanzo di Jules Verne, inizia l’odissea, il viaggio senza fine sotto i cieli più finti mai visti, dove i dinosauri attaccano ogni cacciatore.

Una volta passata la lunghissima notte di Kubrick, i nuovi cacciatori corrono per le praterie sotto i cieli di alabastro del mattino. Pelli olivastre lanciano grida correndo per i campi di grano, il moto ondoso dei campi, i piani per la caccia.
Poi i canti, quelli azzurri che si innalzano al cielo, quelli rossi che ruotano attorno ai falò. Si accendono le carezze, si aprono nuovi occhi.  Il primo sorriso di Parvati, Parvati mai esistita. Parvati mai esistita non aveva mai visto Lilith. Parvati mai esistita aveva visto i primi innamorati.
Gli innamorati si rincorrono.
Tutti gli altri si uccidono a vicenda. Gli innamorati si uccidono. I figli scappano, i figli si odiano. Caino uccide Abele, eppure a morire sarà Enoch. Giulietta uccise tutti.
La musica era finta come finta è ogni immagine, l’illusione è fumo, è oppio che riempie i timpani.
I tamburi di Shiva suonano ormai ogni giorno, da quando i cacciatori hanno finito tutti gli animali.

Qualcuno canta ancora, forse, attraversando il fiume, o mentre va verso il mare.
Sopra il cielo e sotto il caos, le due madri furiose e confuse.

Nel metallo la luce si riflette e taglia gli occhi degli andalusi. Cani andalusi, cani, luridi cani, bastardi senza madre, allevati da Durga. I bastardi hanno macchiato mani e polsi di sangue, ma hanno deciso di vedere, per questo sono stati puniti. La paura li ha spinti a vedere, per cercare Euridice, e ora possono solo consolarsi con lo sguardo vuoto, posato su uno specchio d’acqua ferma. I loro corpi sono tumescenti, come solo i più grandi cani di Lucian Freud, i loro vestiti splendidi, come solo i più grossi cani di Lucian Freud.

Ma si ostinano a voler guardare, a costo di macchiare di sangue lo stagno. Sono ciechi, ma forse potranno sentire il calore del fuoco che verrà loro riportato da Prometeo.

Ci si chiede ancora se i cani diretti verso il mare, cantando alle madri, siano ciechi o meno. Sapranno fermarsi sulla spiaggia?

Le stelle, intanto, continueranno a suonare, come i campanelli degli abiti cerimoniali, chiusi a prender polvere nei musei.

Le Vie dei Canti // Misunderstanding Myself

Siamo Abele o Caino?
Il nostro modo di vivere, di sentire, di fare esperienza, può seguire due diversi percorsi, due percorsi forse analizzati dalla Bibbia. Potremmo quasi guardare a questa come ad un grande libro epico, e allo stesso tempo un manuale di viaggio, meglio un diario di viaggio, il diario di Abele, il diario dei discendenti di Abele. La storia di quelli che hanno scelto di viaggiare, dei grandi esodi, degli apostoli che hanno girato il mondo. Un romanzo scritto da un sostenitore del viaggio, da uno Yahweh da Lonely Planet.

Noi figli di Abele abbiamo sempre camminato. Solo pochi anni fa abbiamo deciso di stabilirci, di diventare sedentari, di  usare le automobili e girare film, partecipare a vernissages e contare le banconote, di prendere le medicine, di tagliarci i capelli e cercarci un lavoro.
Si è deciso che così doveva andare, e si è fatto andare tutto così.

Eppure non siamo cambiati. Sentiamo ancora la paura, la notte, quando il misterioso predatore è in agguato. Sentiamo ancora l’odore delle tigri pronte a sbranarci, anche se col tempo abbiamo imparato che le tigri non possono più sbranarci. Ma ci siamo abilmente creati i draghi, i fantasmi, e quando questi non bastavano ci siamo resi noi draghi e fantasmi, siamo diventati i mostri più paurosi, per poter vedere ancora qualcosa muoversi dentro quella caverna. In sud africa abbiamo deciso di capovolgere le regole del gioco e di rendere questi mostri lontani ricordi, e forse ne paghiamo ancora le conseguenze. Una vita piena di errori, pare essere la nostra.
Errori o semplici scelte, come la scelta di capovolgere tutto e diventare noi l’uomo errante primitivo, di prendere il bastone e la pietra, di usare la lancia, di mordere i nemici. E tra errori e scelte ci ritroviamo ancora a vagare per l’outback, a pensare a quanto poco valgano le piramidi.
E quando capiamo che alcuni uomini riescono a cantare il loro percorso verso il mare, allora capiamo anche di non essere giunti dove desideravamo. Meglio ancora, capiamo di non essere giunti dove dovevamo. Proprio perchè non dovevamo giungere da nessuna parte. Il caos, quello della caverna buia, quello del cielo scuro e delle stelle piccole e definite, regnava anche fuori dalla caverna. Regnava nell’aria, nel mare e nelle galassie. E gli aborigeni creavano ordini, costruendo il tempo del sogno, e i cristiani facevano lo stesso con la Bibbia, e così faceva Freud, e così fa ogni persona, ogni giorno, quando crede nei palazzi che gli si stagliano di fronte o quando crede nei fantasmi della vecchia casa di campagna. Il caos e l’ignoto formano ancora i più affascinanti disegni, segni bianchi su sfondi rossicci, righe rosse, fumi oppiacei e polveri colorate.

Ma i canti attirano ancora la nostra attenzione. Forse perchè ci illudono di un tempo passato in cui l’uomo sapeva.
Sapeva cosa si celava dietro i fumi scuri e sotto i fiumi , sapeva della sua discendenza, se apparteneva alla stirpe di Abele o Caino, sapeva cosa sarebbe successo alla sua progenie.
Ma probabilmente, anche gli uomini che cantavano, e gli uomini che cantano il loro percorso, ormai diventato la loro fuga , non lo hanno mai saputo. Non hanno mai saputo perchè anni dopo ci si sarebbe ritrovati sdraiati nelle vasche da bagno, piangendo per il vuoto e per il sapore amaro del rosso denso in bocca.

Il mito di Prometeo era solo un mito, forse. Il fuoco ci è stato dato dal caos, e la sua natura è il caos. Gli aborigeni danzavano attorno a ciò che cercavano di spiegare, danzavano la propria solitudine, sognando un vero fuoco.

Prometeo non è mai arrivato, Cristo non ha mai parlato, Buddha non si è mai illuminato. Ma forse ci hanno ispirato. Ci hanno detto cosa dobbiamo fare. O forse, più di tutto, ci hanno fatto comprendere cosa vogliamo fare.

Noi siamo Prometeo.

Stitches

Perchè odio il corpo?
Perchè è sporco. Il corpo è carne, è cellule che si riproducono e muoiono, è fasci di muscoli che si tendono e si sfilacciano una volta cotti, è viscido, è ruvido, è in movimento, è destinato alla putrefazione ed ogni giorno si decompone, è cannibalismo, è un continuo rigenerarsi, è un essere bestiale che urla e stride, è protesi in metallo e plastica, è carne cattiva dall’aspetto angelico, è merda, è sebo, è unto, è grasso che cola, grasso che si solidifica, è pareti intestinali rugose, è acido gastrico, è spruzzi chimici che diventano emozioni, è muscoli rossi che pompano e si contraggono, è sperma, è sesso, è avidità, è rabbia, è affetto, è un insieme di significati che crescono sotto pelle e in ogni azione o abbraccio, è pelle strappata, desquamata, secca, grassa, pulita, irritata, è cheratina, è peli, è gusci di formiche così sottili da diventare morbidi, è bulbi piliferi, è sopracciglia e occhi e sguardi e catarro e morte.
Il corpo è la tomba della purezza.

Il corpo sono due possibilità e un’infinita gamma di scelte che non si possono fare.
Io sono in una delle due possibilità, uscita male, e mi colloco in una scelta che non so.
Il mio corpo non serve, se non a se stesso. Non serve alla mia mente, non serve alla mente degli altri e non serve al corpo degli altri. E’ un meccanismo solo e destinato allo sporco.
Preservare il corpo è inutile in questo caso. L’egoismo è accettabile. Voglio quindi fare del mio corpo l’espressione della mia indecisione e della mia poca stima in me stesso. Voglio bruciare l’orgoglio e la credibilità.

Lunghe fila di punti di sutura sotto i miei seni, pelle di plastica, i piedi devono essere rotti per la loro ignobiltà. Tra le gambe la decisione di non poter decidere e la dimostrazione dell’immaturità, o la poesia di un manichino.

Ma non lo farò perchè principalmente il mio cervello è codardo.

L’odore di merda, della tua stessa merda, fa cagare.
mentre il vomito degli altri ribolle di amore.

le dolci ali d’oro

cosa succederà quando cambieremo tutti colore?

il mondo è bello perchè è malato

il teorema di carnot afferma che tra tutte le macchine termiche (definite come un dispositivo a funzionamento ciclico composto da un insieme di sorgenti ad alta temperatura, un insieme di sorgenti a più bassa temperatura e un fluido operatore, detto anche sostanza termodinamica) che utilizzano due sole sorgenti di calore a due determinate temperature la macchina di carnot, che opera fra la stessa coppia di sorgenti, è quella che ha il massimo rendimento.
?

e il più profondo disgusto

necromanzia, neghentropia. passare da un’infanzia tra i demoni ad una maturità tra le gorgoni. energia, materia, informazione, il danno peggiore.

Ygramul le Molte.

mana

ascoltavo un live di fever ray, suonava here before. e mi è venuto in mente di quando ero dall’altra parte del mondo, e nemmeno sapevo di esserlo.

wilder than moonlight,
smiling like sunshine

surrounded by forests and strangers
light unfolding through leaves
water and mud, natural playgrounds, myths and families

such a strong woman, such a hard life
moon

qui c’è di tutto. dai sogni più strani che abbia mai fatto alle situazioni più paurose che abbia vissuto.
l’essere circondato dallo stress e dalla paura, da situazioni assurde che hanno messo a dura prova le diverse generazioni di una famiglia.
ricordo solo pochi fotogrammi, sensazioni, luoghi, tutto sconnesso e lontano, e non posso più individuare the boundaries tra sogno e realtà.

ricordo l’odore di sandalo, i cartoni in inglese, la mia passione per vishnu, i templi, la foresta dietro casa che scendeva per la collina fino a chissà dove, l’asilo, la luce che inondava una grande sala piena di poster di tartarughe e sea landscapes. ricordo i batik e il grande negozio dove li vendevano, la strada per andare li, i centri commerciali immensi e pieni di giocattoli. lo slime con cui giocavo mentre mia madre parlava con una persona che più di dieci anni dopo avrei conosciuto e ammirato, un pullmino su cui abbiamo attraversato seasides e comuni, case dove leggevo libri tristi per bambini immerso in un ricordo viola. zanzariere e sconosciuti, mercatini dove immaginette di kali mi terrorizzavano, fiori di loto aperti in continuazione, ninfee e giardini botanici. litigi e piccoli traumi, il mio non essere me, il non conoscere nessuno. le nottate svegli, intere famiglie in una sola casa, Indra.
un nome troppo forte il tuo, forse. hai scatenato la tempesta, e poco prima ero con te. mame tame matakkaranne oea, loved you. 

mi torna in mente il canale di scolo dove giocavo ogni volta che pioveva, e l’argilla con cui costruivo piccoli vasi venuti male. il giardino con i cobra e le canne di bambù, i miei pennarelli e una coetanea, o forse una domestica. la vergogna e i vicini.

gli spettacoli e i carboni, il pera-hera, il fuoco e una casa bianchissima. storie di bambini che uccidevano i genitori per dare prova di coraggio, la sera e i templi su montagnette in città. il fiore che ispirò i dagoba e il candore dei fiori del matrimonio dei miei. il loro profumo, Chandra.

Il monsone all’arrivo dell’aereo, la casa e il fango, le pubblicità con i diavoli e i materassi. i cuscini. gli aerei e la notte. quella notte che era ovunque, in ogni cosa, ogni ricordo, ogni disegno.

i blocchi di zucchero trasparente, la sala, la salma. le storie di fantasmi e gli esorcismi, gli sguardi e le uova.

le lumache e i muri, i ricchi e i loro pavoni, le caramelle e mia nonna, e un pullman su cui ogni volta si rischiava la vita. una casa nuova e isolata, gigantesca, dove assistevamo al tramonto sul balcone mentre in casa i vasi di mia zia prendevano polvere.

guardavo mille camere attraverso uno smeraldo 

sento il suono della pioggia e ricordo la luce che filtrava tra le foglie.
non ricordo mio padre che era lontano, ma ricordo mia madre e la sua sofferenza, che al tempo non potevo capire.

ricordo la sua camicia a righe  i suoi capelli lunghi, i capelli che adoravo e con cui giocherellavo sempre

quei capelli non ci sono più. io non ci sono più. e in parte anche tu, Luna.
il tuo coraggio e la tua forza però ci sono sempre, anche quando non li comprendo. lo sento.
troppo diversi per comprendere le nostre menti, troppo vicini per non voler sempre tentare.
forse eri tu la luna che ogni sera guardavo, la luna che mi seguiva ovunque 

e che mi segue ancora