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coruscating emerald

dolphins into the future – live

morire nella bellezza di ciò che si pone alle nostre orecchie
raggiungere uno stato di grazia, quando le note perdono la propria forma, e sentirsi bene nel presente, eliminare il futuro nuotando nel passato.
ricordi che si proiettano nella mente, immagini vuote, immagini piene di poesia.
telefoni che suonano e risuonano, suonano senza fermarsi, dolcemente, continuando dopo la risposta, continuando sulla risposta, si depositano sulle parole, si fondono ai sentimenti, gli amici suonano, gli amici parlano, dormono mentre parlano. gli squilli e gli amici brillano ritmicamente come luci natalizie sotto strati di ovatta.

suoni senza definizione, assenza di contenuto che diventa qualità, mentre tutto si lega, mentre tutto prende forma e perde i confini. tatuaggi bianchi, tatuaggi perlacei, senza mai bordi neri, magliette colorate che illuminano il sole. il suono si muove sulla sabbia, sotto l’acqua, tra i riflessi a Malè.

piangere senza motivo perchè si riesce a far passare la bellezza tra le dita, strofinarla sotto le unghie e mangiarla, ingoiare luce e soffocare dolcemente. zucchero, burro, miele, api, ronzii veloci, sempre più veloci e poi bassi che sfondano gli alveari, gli alveoli, i polmoni pieni di aria che devono vedere il mondo mentre tutto crolla, mentre tutto cade e poi vola.

i palazzi devon esser fatti d’argento e smeraldi, brillare su pianeti e brillare tra galassie, far vibrare gli occhi tra le mille stanze verdi, iridi che suonano come theremin, luce che si rifrange, fasce di metallo che entrano nelle orecchie per portarti a livelli di coscienza superiori, informazioni che scorrono come perle tra i mille loro significati

e la luce che si proietta sotto le panchine, tra le aiuole, parla, gioca nelle cabine telefoniche e sulle spalle dei fiorentini, anche se l’innocenza non è mai esistita

i suoni acquosi parlano delle sirene nei cilindri di vetro, le bolle dorate salivano tra i riflessi rossi, un bambino in un locale, la notte, dopo gli inseguimenti e le città buie con le pareti bucate, avrebbe poi sperato solo nei diamanti

spera, nei diamanti e nei rubini, nelle persone con corone indaco, con gioielli violacei attorno agli occhi, spera nell’oro e nel nulla, nella formaldeide che ci farà sorridere per sempre, quando potremo levitare senza pensare al domani
ci sarà un giorno in cui potrai capire come raggiungere qualcosa e come raggiungere tutto, i fiori di magnolia cadranno piano su strade d’avorio, prima delle magnolie sui fiori

le pietre, poi l’argento, poi le perle, solo poi l’ebano
ma questa è solo una delle tante storie

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mana

ascoltavo un live di fever ray, suonava here before. e mi è venuto in mente di quando ero dall’altra parte del mondo, e nemmeno sapevo di esserlo.

wilder than moonlight,
smiling like sunshine

surrounded by forests and strangers
light unfolding through leaves
water and mud, natural playgrounds, myths and families

such a strong woman, such a hard life
moon

qui c’è di tutto. dai sogni più strani che abbia mai fatto alle situazioni più paurose che abbia vissuto.
l’essere circondato dallo stress e dalla paura, da situazioni assurde che hanno messo a dura prova le diverse generazioni di una famiglia.
ricordo solo pochi fotogrammi, sensazioni, luoghi, tutto sconnesso e lontano, e non posso più individuare the boundaries tra sogno e realtà.

ricordo l’odore di sandalo, i cartoni in inglese, la mia passione per vishnu, i templi, la foresta dietro casa che scendeva per la collina fino a chissà dove, l’asilo, la luce che inondava una grande sala piena di poster di tartarughe e sea landscapes. ricordo i batik e il grande negozio dove li vendevano, la strada per andare li, i centri commerciali immensi e pieni di giocattoli. lo slime con cui giocavo mentre mia madre parlava con una persona che più di dieci anni dopo avrei conosciuto e ammirato, un pullmino su cui abbiamo attraversato seasides e comuni, case dove leggevo libri tristi per bambini immerso in un ricordo viola. zanzariere e sconosciuti, mercatini dove immaginette di kali mi terrorizzavano, fiori di loto aperti in continuazione, ninfee e giardini botanici. litigi e piccoli traumi, il mio non essere me, il non conoscere nessuno. le nottate svegli, intere famiglie in una sola casa, Indra.
un nome troppo forte il tuo, forse. hai scatenato la tempesta, e poco prima ero con te. mame tame matakkaranne oea, loved you. 

mi torna in mente il canale di scolo dove giocavo ogni volta che pioveva, e l’argilla con cui costruivo piccoli vasi venuti male. il giardino con i cobra e le canne di bambù, i miei pennarelli e una coetanea, o forse una domestica. la vergogna e i vicini.

gli spettacoli e i carboni, il pera-hera, il fuoco e una casa bianchissima. storie di bambini che uccidevano i genitori per dare prova di coraggio, la sera e i templi su montagnette in città. il fiore che ispirò i dagoba e il candore dei fiori del matrimonio dei miei. il loro profumo, Chandra.

Il monsone all’arrivo dell’aereo, la casa e il fango, le pubblicità con i diavoli e i materassi. i cuscini. gli aerei e la notte. quella notte che era ovunque, in ogni cosa, ogni ricordo, ogni disegno.

i blocchi di zucchero trasparente, la sala, la salma. le storie di fantasmi e gli esorcismi, gli sguardi e le uova.

le lumache e i muri, i ricchi e i loro pavoni, le caramelle e mia nonna, e un pullman su cui ogni volta si rischiava la vita. una casa nuova e isolata, gigantesca, dove assistevamo al tramonto sul balcone mentre in casa i vasi di mia zia prendevano polvere.

guardavo mille camere attraverso uno smeraldo 

sento il suono della pioggia e ricordo la luce che filtrava tra le foglie.
non ricordo mio padre che era lontano, ma ricordo mia madre e la sua sofferenza, che al tempo non potevo capire.

ricordo la sua camicia a righe  i suoi capelli lunghi, i capelli che adoravo e con cui giocherellavo sempre

quei capelli non ci sono più. io non ci sono più. e in parte anche tu, Luna.
il tuo coraggio e la tua forza però ci sono sempre, anche quando non li comprendo. lo sento.
troppo diversi per comprendere le nostre menti, troppo vicini per non voler sempre tentare.
forse eri tu la luna che ogni sera guardavo, la luna che mi seguiva ovunque 

e che mi segue ancora

12/03/09 // Fast and sleepy

adoro essere adulto
(e sembrare un tredicenne, in fondo)

e la gente non era nulla di che, ma almeno ho tentato.

a te invece dò un addio, non so quanto tu lo possa meritare. hai passato tanti anni a lavorare, tanto tempo a perdere ogni secondo di ciò che hai fatto.
pace alla sua buon anima, dicono alcuni. addio dico io. e mi pento di non provare nulla di più.
ma sono molto più propenso a provare tristezza per tuo figlio, che soffre veramente.

a quanto pare continuo a dire cose che dovrei evitare di dire. ma tanto verrò sempre frainteso, tanto vale parlare, a costo di offendere tutti.

però mi dispiace. per chi non mi capisce, e per chi non capisco.

(e perchè ora mi ricordo il teatro in sri lanka?)
yaka danzanti, yaka febbrili. fuococarbone e aerei

in the cold cold night

continui a pensare alla pioggia, quando sei triste. guardi nel vuoto, arrabbiato, senza nemmeno sapere il motivo. queste lettere azzurre sono statiche, non come prima. non c’è una fantasia, non ci son stacchi, è tutto qui. sei triste perchè come sempre senti di non ricevere ciò che dai. ma oggi ti sei accorto di fare schifo, di pensare solo al sangue quando gli altri pensano all’aldilà.


ieri sua nonna è morta, e tu pensavi a quanto lei fosse triste.
lei la consolava, tu guardavi, rattristito e senza parole.
non saprai mai cosa dire di fronte ad un lutto, eppure m è stata sempre presente nella tua vita.

esperienze quasi sempre ignorate, che sono entrate nella mia mente solo quando tutto è stato così tragico, così mistico. così pauroso.

è diventare freddi o sentire freddo?

 

-era solo scritto, ma lo dovevo finire. non è più-