Archivi tag: vita

facebook in a still life // biografie di due cinici repressi

A&A

aloe:

marco f. non esiste.
ho quindi deciso di intraprendere una nuova relazione di amicizia con lui, di iniziare tutto da capo. da oggi sono un suo vecchio amico di liceo. gli ho scritto sulla bacheca chiedendo come sta.
un giorno di questi gli chiedo se usciamo a prendere un aperitivo.
poi gli parlerò delle mie partite di calcetto, della mia ragazza, gli chiederò se sta ancora con la sua ragazza del liceo e se studia o lavora.
gli chiederò anche se percaso vuole uscire qualche sera, dato che faccio il pr posso vendergli qualche prevendita.
lui imbarazzato ti parlerà di me dicendo che sono uno stupido e ti linkerà il mio profilo, e tu leggendo i gruppi a cui sarò iscritto (forza milan, milan nel cuore, iscrivetevi se non volete facebook a pagamento nel 2011, te devi fa n’anfiteatro de cazzi tuaaaaaa!!!!!!, fiorentina, abbronzatura, contro il maltrattamento di cani e gatti, sonny bono abbigliamento, sardegna, SI AL CROCIFISSO NELLE SCUOLE, QLL KE SANNO KE EVA HA MANGIATO LA MELA XKE’ ADAMO NN LE HA DATO LA BANANA, …:: La vita è un brivido che vola via ::… e altri) capirai qual’è il mio livello culturale, guarderai le mie foto dove sono in vacanza a rimini nelle discoteche e leggerai i miei stati, densi di un simil-filosofeggiare condito con errori grammaticali, provincialismo e una forte chiusura mentale mascherata da finto buonismo.
al che mi penderete in giro, e lui comincerà a usare con me un tono sarcastico, che io non comprenderò per i primi tempi, proprio per la mia scarsa elsticità mentale.
poi comincerò ad offendermi, prendendo le sua frasi come offese ingiustificate e non mi farò più sentire, tornando a vendere prevendite ai miei amici veri, che lavorano da footlocker, nell’azienda del padre o studiano economia.
quando marco mi scriverà una parola in inglese gli dirò “marco, parla italiano, non fare il difficileeee”. le vocali finali allungate sono obbligatorie.

mei:

da oggi sono un’aspirante stilista anoressica, e updaterò ogni giorno il mio status sentimentale su fb, passando da “relazione complicata” a “single”. avrò per amici un sacco di pseudo borghesucci della tua adorata Milano bene, che mi taggheranno in foto fighe di sfilate fighe. i miei gruppi preferiti spazieranno da quelli di fan Andy Warhol, ai Beatles, alle macchine fotografiche analogiche degli anni 70. posterò un sacco di foto fighe in cui gioco tra le altalene di un parco di chissà dove insieme alle mie altre 3-4 amichette indie-alternative che studiano fotografia. i miei stati personali prevederanno citazioni di vari scrittori “in” – Bukowski, Kundera e perché no Orwell – ma anche di vari miti della moda e del cinema – Fellini, Audrey Hepburn, Yohji Yamamoto etc. 
continuerò così a lungo, finché non deciderò di sposarmi con il figlio di un imprenditore random che mi assicurerà ricchezza eterna e andremo a vivere nei pressi di Varese. avrò un aborto e commenterò il tutto con una frase di status criptica tipo “eri così piccolo e sei andato via”, così che tutti mi chiederanno “TESO’ MA CHE è SUCCESSO??? è UN SACCO DI TEMPO CHE NON CI VEDIAMO, Dì UN PO’…?”, ma io non cagherò nessuno. dopo alcune settimane ingoierò la mia bella dose di barbiturici accompagnata da un boccale stracolmo di Laphroaig e morirò in un lago di vomito, cicciona – perché nel frattempo, per via degli psicofarmaci, sarò ingrassata di 30 kg – e sola in un anfratto della mansarda della nostra villetta mentre mio marito se la fa con una sgualdrina conosciuta in un casinò di Dubai.

all’inizio la mia mente strana mi farà credere che marco sia qualcosa di vero. ma come ben sappiamo, non esiste. lo riterrò fotogenico per le sue particolari forme e lo farò sfilare con qualcuna delle mie creazioni primordiali. poi mi vergognerò della sua presenza e lo chiamerò Carlino, facendolo diventare il mio amico invisibile che mi accompagnerà fino alla morte.

aloe:

mei,
il tuo indie milanese con tanti capelli lo amo, e lo sai, perchè in fondo lo stimo.
la tua borghese, che mi piega, mi fa davvero schifo.
la odio.
odio quei ricchi vestiti male in case arredate con poco gusto dove situazioni familiari disastrate vanno a braccetto con nomi strani affibiati ai figli, che li fanno sembrare degli albanesi arricchiti.

spero che il tuo vomito non ti lasci scampo, lo meriterai.
e forse, una delle cose più tristi, sarà avere facebook a 30 anni e aggiornarlo quotidianamente (perchè il figlio è a 30+ anni nel borghese. nell’indie o nasce prima per sbaglio o non nasce)

la amiche di “TESO’ MA CHE è SUCCESSO??? è UN SACCO DI TEMPO CHE NON CI VEDIAMO, Dì UN PO’…?” saranno grasse e posteranno loro foto con occhiali da sole e frasi glitterate, o frequenteranno il quinto anno di magistratura.

forse ci incontreremo. se nel tuo periodo indie non ci capiremo mai e ci disprezzeremo. io ti riterrò strana e pericolosa, tu mi riterrai vuoto e inferiore. e avrai ragione tu.
se ci incontreremo dopo mi userai solo come conoscenza in più, giusto per avere qualche canna sulla soglia dei tuoi 30 e per farti dare l’indirizzo di un ristorante.
è anche possibile che se mi incontri non in quanto tamarro ma ragazzo preppy da università privata in provincia (tipo LIUC di fianco a casa mia) ci incontreremo a qualche festa e ogni tanto ci sentiremo.
forse ci scapperà pure una scopata nei cessi di un locale tipo l’old fashion di milano.

Chiara

mei:

sono Chiara, una studentessa di medicina al terzo anno. ho un fisico normale, capelli castani lisci fino alle spalle, non sono bellissima ma ho gli occhi a cerbiatta e per questo le persone mi ricordano. mi sono iscritta a FB perché studio a Padova ma vengo dalla provincia di Siena, e voglio tenere contatti con gli amici d’infanzia. vesto poco appariscente, ho giusto qualche foto in cui mi si vede alle feste in casa con le nuove coinquiline e nei viaggi che mi sono fatta – Parigi, Barcellona, Londra. la mia immagine è sempre la mia foto che sorrido guardando in basso in riva al mare, solo ogni tanto la cambio con su uno slogan da medico politically correct tipo “NO ALLA DENUNCIA DEI PAZIENTI CLANDESTINI – SIAMO MEDICI NON SPIE!” anche se medico in realtà ancora non sono. non sono schierata a destra o sinistra, ma ho quella particolare etica mediocre che caratterizza le tizie come me; per questo tra i miei gruppi compaiono “un sms per i bambini in africa”, “salviamo i cani abbandonati”, “DONAZIONI PER GREENPEACE – ISCRIVETEVI!” – in effetti ho anche una certa vena animalista. sono fidanzata da cinque anni con un ragazzo che studia ingegneria a Torino, ci vediamo ogni fine settimana. aggiorno il mio status personale ogni lunedì, dopo che lui se n’è andato, scrivendo frasi melense in inglese prese da vari pezzi di canzoni di grupipi easy listening ma non troppo compromessi – Coldplay, Kings of Convenience, Afterhours ma anche cantautori italiani – De André, tanto per citarne uno. passano gli anni e mi laureo in ginecologia, la mia aspirazione da quando ero una bambina. Sposo il mio fidanzato storico e torniamo a vivere in bassa toscana, nel villino compratoci dai miei genitori (anch’essi medici di professione). Da qui in poi la mia vita si trasforma nel canovaccio di un qualsiasi film di Muccino e non c’è più niente d’interessante da dichiarare, finché non moriamo e dopo qualche anno nessuno, tranne nostro figlio autistico, riesce nemmeno a ricordare i nostri lineamenti.

grazie per la partecipazione a Mei

Annunci

mirror: di parenti, musica e identità. 1.2

le lacrime che sono appena scese mi hanno portato a scrivere ancora,

voglio capire cos’è questa sensazione, questo disgusto e questa tristezza che riesco a provare.

Stairway to heaven. I Led Zeppelin, un gruppo che rispetto ma non sono mai riuscito ad apprezzare. Ho sempre sentito la loro musica, non solo la loro, ma tutto il rock anni 70-80, i gruppi con quei pantaloni aderenti, capelli ricci, come qualcosa di fastidioso. I testi misteriosi, ammiccanti secondo le leggende al satanismo, la droga, il sesso, le chitarre. La melodia triste, la voce di un uomo che passa tra zaffate di chitarre acustiche o elettriche, le giacche in jeans. Mi fa paura. Mi vengono in mente i rolling stones, i kiss, o gruppi sconosciuti, perchè erano così tanti. I gruppi fantomatici dei film che però rappresentavano quel giro di soldi, droga e musica. La corruzione e il talento, la passione e la stupidità, l’ignoranza.
E mi viene in mente mio cugino, il pensare che sia nato 10 anni prima di me lo rende così diverso, così lontano. Le sue esperienze che non riesco ad accettare, la sua diversità che mi urta, quella che vedo come un’inferiorità calata in un assolo di chitarra e una birra, i suoi videogiochi, forse la sua solitudine. I videogiochi, i primi guerre stellari usciti, gli sparatutto dove venivi buttato in una dimensione fredda e ostile, le riviste di videogiochi, quella mania del nuovo che se rivista ora fa solo ridere, quelle impaginazioni antiestetiche, quella cultura underground che dagli anni 80 diventava sempre più viva nei 90, il game boy giallo e super mario, il suono freddo di quella macchinetta e le ore che lui ci passava con le cartucce passategli dagli amici.
Vedo il grigiore di quegli anni, della sua adolescenza e della mia infanzia. I canali regionali che trasmettevano vecchi cartoni che snobbavo per la scarsa qualità mentre lui ci si fiondava dentro.
E risentendo questa musica sento una malinconia continua, una depressione senza motivo, degli anni buttati tra inquinamento e consumismo, tra mode stupide e questi nuovi generi musicali. Eppure riesco ad apprezzare quelle mode frivole, nate poco dopo. Apprezzo la droga che girava nei party dei club kids anni 80 mentre disprezzo quella che girava nei backstage dei concerti il decennio prima. Sento questa musica cattiva, fredda, brutta come uno sputo su uno specchio.
Ma questo odio che provo per lei, per quest’epoca, mi affascina. Forse anche perchè vedo in lei quella virilità che mi fa paura, che rifuggo di continuo.

(…)

(mi viene poi da pensare a quanto nella vita non ci siano decisioni completamente giuste o sbagliate, a quanto più persone si possono essere rapportate ad una stessa situazione in modi diversi, chi con esiti positivi che con esiti negativi. e cosa mi impedisce quindi di tentare? il non poter più tornare indietro certo fa paura, ma tra lo stare male ora e lo stare male in futuro, esistono differenze?)

19/11/2009

listening to All is full of Love (live) by Bjork

7.45 di mattina.
L’autobus è pieno
Gente che va a scuola, gente che va a lavoro.
Tutto è ancora calmo e silenzioso,  tutti vogliono ancora riposare. I vetri lentamente iniziano ad appannarsi e qualche passeggero già sonnecchia.
Una ragazza (o forse dovrei dire donna) sulla trentina siede poco avanti a me, nella fila di fianco. E’ vestita bene, di nero e grigio. Ha un volto ancora giovane e un piercing minuscolo sul naso.
La osservo mentre gli archi di All is full of love si mescolano nell’aria.
Uno strano ombrello, in quello che sembra essere ferro battuto, con una stoffa argentata che si chiude in un vaporoso fiore, penzola di fianco a lei.
Ogni suo oggetto o atteggiamento la rende più bella di quanto realmente non sia.
I suoi capelli a caschetto neri, il viso piccolo e appuntito, mi ricordano mia cugina. Mi ricorda qualcosa che vedevo da piccolo, un’idea che mi ero fatto dell'”essere grandi”, una vita che vedevo nei telefilm che guardavano gli adolescenti del tempo, tra Friends e Daria.
Prende un piccolo specchietto grigio e inizia a mettersi un rossetto scuro -che sembra essere di muji, in una scatola trasparente- con dei piccoli colpetti sulle labbra, frettolosamente.
Mi da l’idea di una che appena arrivata a Milano correrà in ufficio, tra fax e e-mail.
I piccoli carillon e cristalli della canzone accompagnano i suoi gesti, e io continuo a guardarla sorridendo.
Forse perchè vorrei essere lei, forse perchè osservarla mi rende sereno.
Prende la sua borsa e ne tira fuori un basco in lana grigia, che immagino essere morbidissimo. Poi un Ipod nero e si mette ad ascoltare la radio, mentre io sento e mi ripeto “all is full of love”.
Tutto è così bello e calmo, e nessuno sembra accorgersene.
Forse dovrebbero solo imparare a guardare i colori e sorridere.
Forse è che spero sempre, in tutto.
E nonostante molte cose siano irrealizzabili, esse mi rendono felice.

it’s all around you

ho sempre odiato le pagine finali

di un libro. Mi sembrano sempre così dense di significato. Odio le conclusioni, le ho sempre odiate. Sia quando le devo leggere sia quando le devo inventare, scrivere. Sia quando devo farle. Odio concludere. Odio discutere, odio ogni azione che possa avere un impatto decisivo. Ma ho costantemente bisogno di esse. Ne abbiamo tutti bisogno. Odio, ma amo.

Odio le ultime pagine di un libro. Ma le amo. Mi rendono sempre triste, anche se sono allegre e gioiose. Abbandonare i personaggi, certo, è ciò che rende queste pagine così terrificanti. Ma ciò che più mi inquieta è il dovermi separare dalla storia, dai concetti. Dalla sua atmosfera, che riesce così tanto ad influenzare la mia quotidianità.
E’ per questo che leggo le ultime pagine col fiato in gola, sempre più lentamente. Leggo e rileggo. E’ così stressante. Ho paura di finire, di tralasciare una parola, di non assorbire completamente ciò che mi viene detto. Ho paura di non ricordare delle cose importantissime. Sembra un po’ la mia continua paura di dimenticare gli eventi importanti. Cosa che faccio sempre. 

 

Questo libro è finito. O almeno, tra due pagine lo sarà. Non ho il coraggio di andare avanti. Sono ancora fermo in quella New York di dieci anni fa, in una storia vera, circondato da crack e drag queens. Una New York che sento disperatamente mia. Quella che da piccolo sognavo sempre, senza mai rendermene conto. 
Avevo veramente bisogno di questa storia. Ne avevo veramente tanto bisogno. Non è una conclusione. Nemmeno l’incipit. E’ “qualcosa di quella roba lì in mezzo“.

 

•••

Cerco di autoconvincermi che ho imparato la differenza tra giusto e sbagliato. Che esiste una cosa come il giusto e lo sbagliato. Ma invece ho imparato che queste cose -il “giusto” e lo “sbagliato”- sono cose che ci raccontiamo noi. Semplicemente per illuderci. Sono cose che non abbiamo mai provato. E mentre la maggior parte delle cose che ci raccontiamo può essere vera, non è davvero possibile sapere se le cose sono giuste finché non le abbiamo provate, sfottute, esibite. O sapere se sono sbagliate. O vere. O false. O qualcosa di quella roba lì in mezzo. E penso di saper distinguere un po’ meglio. E so anche che non smetterò mai di provare questo mondo. Non mi affiderò mai all’opinione comune. Be’ fare così sarebbe troppo comune.
E allora. Continuerò a ballare con i miei costumi. Giorno e notte. E non dormirò, per quanto possibile. E tracannerò a più non posso. E forse, piroettando tutta luccicante, giocando a un idiota nascondino nel bel mezzo di un campo all’aperto, forse, forse, qualunque cosa succederà sarà più grande e scorderò ciò che mi sembra grande adesso.

Non ho ancora un piano, ma quando l’avrò so che sarà di classe. Oh sì. Un piano di gran classe.

Josh Kilmer-Purcell,
In questi giorni sono fuori di me 

25/03/09 // odore di tè verde

ascoltando Peter Broderick, “and it’s alright”. vorrei incorporarla ma non la trovo, peccato.

circondato dal bianco, e da poche tinte di verde ascolto canzoni verdi

penso all’autostrada, ai viaggi, a quelle giornate passate in francia, con la mia baby sitter bjorkiana, a raccontarsi e conoscersi, confessando di volersi trasferire
a guardare il cielo, saturi di emozioni
pomeriggi passati a visitare Avignone con mio padre

e ora dionysos, song for jedi, ma una versione che non trovo su youtube

non posso negarlo, sono stato molto fortunato, e mi rattrista pensare che non riuscirò a mantenere questo livello se non mi do da fare
ma al contempo non ho la minima voglia di darmi da fare, vorrei solo poter gustare questi 19 anni senza pensare al futuro. ma devo, e ben presto me ne accorgerò.

shooting stars, running over me
sere stellate, campi inondati di sole

mai come quest’anno ho bisogno di una nuova, vera estate. ho bisogno del caldo, ho bisogno della solitudine e della compagnia
ho bisogno di poter cantare in coro, ho bisogno di poter cantare
di aprirmi e ridere, e di cambiare

cambiare, in un certo senso ho già cominciato, anche se non sono sicuro del risultato che voglio raggiungere. è così stupido e divertente avere problemi con il proprio sciocco corpo 🙂